paoloandreozzi

Non credo ai panni sporchi che si lavano in famiglia: più onesto sputtanarsi sinceramente. Piccolissimo pregio, va bene, ma ci tengo. Spero apprezziate e vi facciate una cattiva idea di me.
mercoledì, 03 dicembre 2008

acheropita.finale

with Daddy and Mammy standin’ by

 

…Niente ti può succedere, con papà e mamma vicini… I pesci saltellano, il cotone è alto… Uno di questi giorni ti solleverai, cantando… La vita è facile, se papà e mamma ti stanno vicino…

                E’ Clara che ninna la sua piccola in questo modo. Se la stringe al petto, e la paura va via. Da piccoli è semplice: un corpo caldo da abbracciare te lo dà la natura, quasi sempre, in dotazione col primo ossigeno che respiri. Ma dopo ? 

Clara culla sua figlia, e Bess le guarda con dolcezza. Tutta la dolcezza che Crown non sa dargli, a Bess. Non se lo ricorda neanche più perché se l’è sposato, quel violento. Forse perché la vita è troppo dura, laggiù sulla Strada del Pescegatto, e due braccia così forti possono proteggere la tua bellezza. Proteggerti dal resto, forse, ma non dall’armadio umano a cui stanno attaccate. Crown… Questo pensa, Bess, sentendo la nenia di Clara.

E pensa che invece quell’altro, lo storpio, il mendicante, la forza ce l’ha soprattutto nel cuore. Perciò gli vogliono tutti bene, a Porgy, perché è sempre gentile e allegro, anche se è paralizzato da non si sa più quanto, pure se si trascina in un carretto tirato da una capra.

Un giorno ti solleverai, cantando… Bess vorrebbe che le parole di Clara per la piccola arrivassero fino a quel ragazzo sfortunato, e facessero un miracolo. Ma la Strada del Pescegatto non è terra di miracoli, nossignore.

Però scoppia una rissa per non so che raggiro coi dadi, e Crown e un altro se le danno di brutto. Finché quello ci resta secco, e Crown scappa prima che arrivi la polizia. Scappa, e nessuno lo trova più: una notte, una settimana, due mesi… Quel manesco è proprio sparito. E Porgy è così bello e tenero, anche se non gli funzionano le gambe, che Bess se lo vuole coccolare per quanto gli è affezionata.

Ora Porgy può farlo, glielo può dire a Bess diventa la mia donna. E Bess può rispondergli ti amo.

Un altro mese, allora, con tutto l’amore. E ancora è tempo d’estate, la vita è facile… Ma i miracoli, si sa… Crown ricompare tra i campi, qualcuno l’ha visto. Dicono che torna in paese per riprendersi Bess, per chiudere i conti. Ma i conti sa farli anche Porgy. Che non ha le gambe, ma nelle braccia tanta forza quanta ce n’ha quell’altro. E in più Porgy ha l’anima.

Difenderà Bess, non gliela lascerà portare via.

Afferra Crown gettandosi dal suo carretto, lo stringe alla gola e Crown fa lo stesso con lui. Poi la morsa si allenta, una bocca s’irrigidisce, due occhi si rovesciano indietro… E’ Crown, adesso, morto lì per terra, sotto l’acquazzone improvviso, e Porgy sfiancato si trascina solo un po’ più lontano.

                Nessuno farà la spia, Porgy è benvoluto da tutti. Ma la polizia l’arresta lo stesso, sperando almeno che dica chi è stato. Così Bess adesso è davvero sola, e fragile come mai prima.

Troppo ingenua per non credere alle parole di uno, dello spacciatore. Il tuo Porgy è perso per sempre, lo giustizieranno, dice, ma a te penserò io, vieni con me a New York, c’è un battello che sta per partire… E Bess se ne va, porta la sua bellezza nella grande metropoli.

E Porgy ?  Porgy è uscito, ormai, è di nuovo in paese, ma la sua donna non c’è più. Gli dicono con chi se n’è andata, gli dicono dove, e di lasciar perdere. Ma lui ha l’anima. E le braccia e la sua capra. Non gli serve di più per ritrovare Bess, se lei lo vorrà ancora.

Dove stai andando Porgy ?  Sto sulla mia strada, per il paradiso… Questo vedono, e sentono, gli abitanti della Strada del Pescegatto, mentre un carretto cigola lentamente sul lungo sentiero che porta a New York.

                with Daddy and Mammy standin’ by   

 

                Io, a New York, ci sono arrivato dall’aeroporto con la bella macchinona di zio Franco. La stessa con cui poi me ne sono andato. E al ritorno con noi c’era pure mio padre, Raffaele.

                Però un carretto, anche in questa mia storia, c’è. Anzi, un carro. Meglio ancora: un autocarro. Uno di quelli vecchi e malandati che è grasso che cola se li fanno andare dal magazzino alla discarica, e che a Manhattan li portano ovviamente soltanto gli ultimi immigrati… 

               

…Aspetta, chiarisco subito un punto.

Questa non è una storia fantastica, di quelle che c’è il morto che parla… chissà da dove… di quando era vivo.

Io con quella macchina, su quell’aereo, con mio padre, ci sono tornato sano, quasi. E salvo… be’, con l’intenzione almeno di tentare, di salvarmi.   

                E’ il ventisei settembre duemilauno, oggi, mercoledì, comunque.

 

E sto a casa mia, stasera, a Roma, alle spalle dei pini di Monte Mario, a finire qualcosa che ho cominciato tre quattro settimane fa con una certa idea in testa.

 

Sono vivo, ma da allora mi sembra di essere invecchiato di dieci anni.

Penso sempre, sì, che parlarci di più, fra noi, tutti, e più velocemente, può servire a costruire un potere da mettere di fronte a quell’altro con la p maiuscola. E che la rete, perciò… la rete di tutti i computer del mondo, da tavolo portatili palmari i diodi nel cranio o qualsiasi cosa s’inventeranno ancora… che la rete può essere lo scheletro, anzi no, il sistema nervoso su cui girare gli impulsi, le informazioni.

E’ una faccenda di rapidità: bisogna sapere di più, e meglio, e decidere un attimo prima che un altro abbia deciso per te. Ognuno di noi, cellula neurone filo, a captare un segnale, a elaborarlo e rilanciarlo per tutti gli altri. Un bit da solo non significa niente, ma connesso in lungo e in largo… Così nel cervello si formano i concetti, il pensiero non è altro che questo, da un semplice “ho fame” al sistema intero di Amartya Sen. Senza contare che per un sacco di gente internet è l’unico modo per conoscere un’altra voce, diversa. Per un miliardo di Cinesi, tipo… Alla velocità della luce, il massimo… no ? 

 

Però Filippo dice anche “la ragione”. L’ha messo qui sopra, l’ho appena letto.

…Io e Clara e MoGee, per esempio, in questo momento non siamo connessi. Né in voce né con la luce né niente. Io sto qui a sentire Summertime, ancora, e a scrivere. E loro due da qualche parte a Soho, a nascondersi dal casino che si scatena per i diversi quando gli uguali sono sotto tiro… Eppure sono sicuro che a distanza, e in silenzio, pensiamo tutti e tre la stessa cosa.

Perché la ragione è quella, perché abbiamo più o meno le stesse ragioni. 

                Come da ragazzini, no ?  Che ci s’intende senza spiegarsi tanto, giusto all’inizio di un gioco per dire “facciamo che io ero e tu eri”, e poi si capisce a volo man mano tutto il resto… E dev’essere proprio così: il gioco, come modello di comunicazione ultrarapida. Deve essere, se si chiama proprio Teoria dei Giochi quella roba che si sono inventati i matematici e che gli ultrapotenti si tengono bene stretta per decidere che succederà su tutto il pianeta.

La matematica… E infatti, chi ce la insegna ?  Non sia mai che poi cominciamo a usarla tutti quanti per costruire qualche bel ponte tra un atollo e l’altro, nell’oceano di questa profonda ignoranza !

                Ma a me i numeri piacciono, sissignore. Che sono astratti, e concretissimi insieme. E se sono infiniti i numeri, che al dunque sempre parole sono, figurarsi quanto sono innumerevoli loro, le parole. E fino dove ci si può arrivare ! 

Per questo, parlo. E scrivo.

Maggior ragione adesso, che sono riuscito a tornare.

Bella la rete, quindi, e lunga vita a lei !

 

Ma lunghissima vita alle amiche parole gliel’ha data prima un’altra cosa: i libri. Già.

E allora non voglio ancora che spariscano in soffitta, c’è troppo spazio utile quaggiù, per loro. Dunque: che questo, che questaaaaaaaaa vocale, che diventi un libro !

E un ipertesto, un sito, un blog, certamente, si fa sempre in tempo… Ma intanto, un libro. Come libro lo voglio pensare, ora che lo concludo. La tridimensionalità del reale, ne ho bisogno io per primo.

E lo sfoglierò tra le dita e lo terrò in tasca, e lo offrirò nelle mani di chi vorrei lo leggesse, lo appoggiasse vicino al suo letto o magari al cesso, dove leggo tanto pure io…

Fontenelle Lessing Condorcet Spencer Renan Schiller James Dewey Whitehead Bergson Bloch Teilhard de Chardin… Qualcuno se la ricorda quella lista di libri vecchia quarant’anni, che un pomeriggio trovai con Oscar ?  Ce l’avevo in tasca quando sono arrivato a New York, per chiedere a mio zio se ne sapeva qualcosa, visto che nessuno a casa me l’aveva saputa giustificare. E infatti…

 

E in tasca era pure la mattina dell’undici, quando sono uscito con Clara, la mia, non di Gershwin, per andare al sit-in contro la politica anti-immigrazione. Al piano terra di una delle Torri.

L’ho letto, in quella specie di lettera che mi ha lasciato Filippo. Ho deciso che sarà il penultimo capitolo di questo libro. Se lo meritano, le nostre stelle. Ho letto tutto quello che hanno scoperto un pezzo alla volta lui, Elisa, zio Franco, mio padre, mentre io ero scomparso.

Ed è tutto vero.

 

. Ero uscito con la macchina fotografica per scattare qualcosa a Tribeca.

. Pensavamo, io e Clara, di andare alla Cleaning Enterprises per il suo colloquio.

. Però abbiamo saputo subito della manifestazione del sindacato al World Trade Center, e allora cambio di programma.

. Ha ragione Bianca: mai panorami, io, senza teleobiettivo !  E sono rientrato al volo a prendere quello nuovo nuovo, che zio non c’era già più.

. Dopo il sit-in ci saremmo saliti, in cima alla Torre, per giocare a ribaltare le scale sociali.

. Alle otto e quarantacinque stavamo esattamente là sotto.

Sì sì sì sì…     

C’è stato il primo botto.

 

Sopra la mia testa è esplosa la testa della Torre Nord.

                Non c’era stato neanche il tempo di sentire il sibilo di un aereo tanto innaturalmente basso: Manhattan non solo non dorme mai ma non sta mai neppure zitta, per cui un rumore come quello, anche di mattina, non ci fai caso. Almeno, noi due non ce accorgemmo.

Ma il boato sì, l’abbiamo sentito tutti.

Ho puntato subito gli occhi al cielo. Quattrocento metri più in alto delle mie ciglia una nuvola ardente si gonfiava alla velocità del suono, e pezzi di materia in fiamme striavano l’azzurro carico, di pomice e lava fusa. D’istinto ho preso Clara per un braccio e con l’altra mano mi sono protetto lo sguardo a visiera, poi gridando siamo scesi dallo zoccolo e fino al margine dell’area pedonale, e intorno era già il caos.

Chi stava nelle Torri, cioè tanta gente nonostante l’ora, ha cominciato a proiettarsi fuori dagli ingressi pensando chi a un terremoto, chi a una bomba, chi solo per capirci qualcosa, e soltanto più tardi gli altoparlanti interni dissero “non c’è problema nella Torre Sud si può rientrare…” Però questo l’ho letto sul giornale qui a casa, perché di lì a poco io già non percepivo più niente. Ma chi stava per strada, i pedoni come noi, il solito andirivieni, ha messo in moto una coreografia isterica di curiosità, anzi di sgomento, e di terrore per quello che succedeva. E che poteva ancora succedere, tipo la caduta a piombo di rottami incandescenti, o peggio…

Anche i mezzi in movimento, le macchine i taxi i furgoni le moto, sembravano tutti insetti impazziti perché una cicca accesa cade vicino al formicaio o alla tana. Solo, col volume acustico di tutto uno zoo. E non c’era nessuno con l’autorità, o l’autorevolezza, per riordinare appena il flusso deviandolo dalla zona di maggior pericolo. Ho visto qualche divisa grigia o blu, ho sentito qualche fischietto provarci, ma la scala del problema presente era e stava diventando incommensurabilmente più vasta.

Quanta carta c’è in un grattacielo ?  Da quella che volteggiava sopra di noi, gettata in libero volo dalla distruzione degli ultimi piani, davvero tanta. Promemoria fotocopie tabulati faldoni codici  salviette calendari libri… interi archivi ridotti in un istante a coriandoli…   

                Via via, andiamo via… mi ha urlato Clara, e ci siamo spinti fino al centro di una carreggiata, io sempre col collo torto verso quell’orrore spettacolare in alta quota e la coda dell’occhio sul panico sparso a livello zero. Anche gli altri manifestanti ispanici stavano scappando in tutte le direzioni, tranne un paio col cartello che strillavano in un megafono “tranquìlo no atierre !”… Ma era decisamente una piccola bugia.

Le lingue differenti, un misto spalmato sulla consistente base yankee, io le capivo tutte. Mi distraevano dall’incomprensibile.

                Ma a un certo punto la voce di Clara, in un registro più acuto ancora: “Cuidàd… Sàulo !… CUIDAD !…” Un rumore stridulo, una sagoma scura vicinissima, uno spostamento d’aria…

                E c’è stato il secondo botto.

Però solo nella mia testa. Poi, buio.

               

                Da quel nero senza durata riemergo in un giardinetto.

Non uno qualsiasi: è il giardino condominiale della mia prima casa.         

Tardo pomeriggio di un mese caldo, non ancora di partenze per mare o montagna, visto che i ragazzini del palazzo stanno tutti qui. Io riandrò a Kranjska Gora con la solita carovana di parenti e no.

I maschi hanno già passato la loro ora e mezza buona in una specie di calcetto, su quel rettangolo sghembo di terriccio e asfalto. Maradona e Rummenigge e Platini e Vialli e Zico, hanno indossato per un po’ jeans e t-shirt, adidas e superga di una decina di preadolescenti, in bella mostra davanti alle pazienti coetanee. Le quali invece, stereo alla mano, hanno dato fondo alle grosse pile lunga resistenza, facendosi fuori uno dopo l’altro Madonna, gli Spandau Ballet, i Simple Minds, Gianna Nannini e Tracy Spencer.

Io ho la maglietta del mare, personalizzata sul toracino da un lucente Silver Surfer, e quasi dodici anni.

A quell’ora, di solito, i due gruppi poi si mescolano in qualcosa che piace a entrambi. E da un po’, una cosa che piace a tutti è un gioco che abbiamo cominciato a fare alle feste di compleanno, ma che va bene anche così, all’aperto. Caso mai, un minimo al riparo dalle occhiate di parenti vari alle finestre. E una siepe di tuie fa giusto al caso.    

                Le regole del gioco sono solo un gradino più su dell’idiozia, e ce l’avrà spiegate qualche cugino grande: i maschi si prendono ognuno il nome di un attore, poi si chiama una femmina, la si fa accecare, si elencano gli attori, lei ne sceglie uno, e il ragazzino appaiato a quel nome va con lei dietro la siepe, e teoricamente lei accetta tutto ciò che lui ha voglia di farci insieme, in un tempo ragionevole. Teoricamente, perché poi oltre una discreta pomiciata non si va mai. Ma buttala via.

                E finito il giro di tutte le femmine chiamate, scambio dei ruoli e vanno sotto i maschi.

                Accecarsi non servirebbe neanche, a pensarci, ma il succo di questo passatempo non è la logica. Piuttosto, una democratica distribuzione del piacere: il caso, come contrappeso riequilibratore allo strapotere dei belli.

                Allora, io da quel buio esco fuori così come mi vedo: in giardino a fare il fanatico che sa le cifre da uno a dieci in un sacco di lingue, mentre qualcuno ultima i preparativi del gioco.

                Che comincia. Come attore mi prendo Harrison Ford, e gli amici si litigano Mickey Rourke, Troisi e altra gente: alla fine ognuno ce n’ha uno, cui affida la sorte. Viene chiamata la prima ragazza.

Io veramente aspetto solo che tocchi a Tiziana, che mi piace proprio, ma credo che sarà verso la fine. Il fatto è che si fa tardi, e mia madre si è già affacciata per darmi gli ultimi minuti. Le ragazzine vanno una a una, scelgono un nome, e attaccata a ogni nome c’è la gioia di uno che vince il consueto imbarazzo e osa, protetto dallo scherzo e dalla siepe. Il mio attore, al momento, è bellamente ignorato, ma questo è un buon cavallo, mi dico, e uscirà sul rettilineo.

Ancora niente. Vedo di nuovo mia madre che fa dei cenni dalla finestra, lascio un attimo il gruppo per patteggiare una proroga, e finalmente… “Ford”, mi chiamano da là dietro, “HARRISON FORD !”… Allora sì, torno di corsa con Tiziana già in bocca, salto una panchina ma uno stronzetto mi soffia che Tiziana ha già fatto, e c’è andato Massimo Ciavarro, e io sempre correndo chiedo “Allora a me chi mi ha scelto ?”  “L’ultima: Grazia”, mi dice. No, penso io… QUELLA CICCIONA !…

E così, per fare giusto un po’ di scena, tiro dritto accelerando oltre la comitiva, e simulo un tuffo di disperazione nell’iperspazio di morbide tuie verdi.

Ma c’era il palo di un lampioncino, nascosto in mezzo. Come un asteroide.

Io lo presi in pieno con la fronte.

Sbattuto per terra, prima di svenire mi toccai la testa. Sentivo un ficozzo grosso così. 

 

                Adesso il nero è del tutto sparito, e anche il giardino, i ragazzini, le finestre e il cielo.

                Ora c’è solo l’emicrania. E un soffitto, e una penombra.

                E Clara vicino a me. Che mi chiede come sto, e dice che mi sto svegliando a uno che sembra un indiano.

 

                Era successo che dopo lo schianto del primo aereo sulla North Tower, io e Clara non eravamo gli unici a scappare guardando per aria. E che l’autista di un decrepito pick-up della Ford, pure lui combattuto tra filarsela e vedere, aveva allargato troppo una curva proprio mentre io la tagliavo camminando a ritroso. Il grido di Clara non era giunto a tempo, e il montante massiccio del retrovisore laterale mi aveva colpito forte la tempia.

                MoGee, il guidatore, che meno male Clara conosceva, è sceso subito dal mezzo. Morto, non ero morto, e neanche sanguinavo. Però collassato sì, di brutto.

                Ora, MoGee è un bengalese, abbastanza clandestino, cioè non ancora del tutto in regola, e Clara sta messa di poco meglio. Se mi avessero portato in ospedale, a Manhattan, in quel casino, nessuno sarebbe stato tenero, né con lei né soprattutto con lui. E forse neanche con me, che avevo fatto la cazzata di uscire senza un documento. Potevano pure lasciarmi lì, comunque, e qualche buon newyorkese bianco mi avrebbe soccorso. Può essere.

                Invece mi hanno tirato su in due, disteso con cura sul sedilone dell’autocarro e portato a diversi isolati, in una specie di Indiatown dov’era la casa, anzi il rifugio di MoGee e i suoi.

                E dove, a parte qualche flash da catatonico, ho ripreso del tutto i sensi solo sei giorni dopo, il diciassette.

                Nel frattempo, il finimondo.

 

                Clara mi ha raccontato che loro stavano appena scendendo le scale di quel seminterrato, al confine di Soho, col fardello del mio corpo inerte, quando si è sentito da sud un altro brontolio, preceduto di un istante dalle urla di chi stava davanti al televisore per la diretta sul primo disastro. Mi ha detto che mentre un amico più grande, con un passato di veterinario chissà dove, mi dava intanto un’occhiata, davanti a quelle scene la gente impazziva di paura, soprattutto perché erano riprese da là, stavano loro: a meno di tre chilometri da quell’iradiddìo !  Mi ha descritto i due crolli, poi, che sono stati una cosa agghiacciante: che si è fatto buio fuori dalle finestre, che la polvere entrava dappertutto, l’acqua aveva cambiato sapore e chi non stava tappato dentro casa correva senza direzione al centro di vie trasfigurate: che l’Apocalisse che sua madre le leggeva da piccola, e aveva sognato tante notti, quella mattina gli era passata sopra. Da svegli.

                Quando dopo mi hanno rimesso in piedi, quelle immagini le ho viste anch’io.

 

E MoGee, con gli occhi fissi sullo schermo, mi ha detto “non ci credo…”

                - …Ero operaio in acciaieria, prima di venire qua. Mandarono via subito gli stranieri, per la crisi economica… E per fondere l’acciaio ci vogliono millecinquecento gradi centigradi, io lo so, servono le torce, l’ossiacetilene… Il calore di quell’incendio, invece, cherosene di jet che brucia per un’ora, può arrivare a ottocento, gradi, non di più… Io non ci credo. 

E poco ci crede pure Elisa, me l’ha detto ieri, a mente un po’ più fredda. Che un grattacielo colpito e arso così, osservava, si sbriciola in quel modo su se stesso, senza schiantarsi da un lato o dall’altro, una volta su mille. Figurarsi quant’è probabile che capiti due volte in mezz’ora, sullo stesso ettaro di asfalto !… “Somiglia a una demolizione controllata, piuttosto”, ha detto seria.

                Non ci credono tanto i miei: loro più che altro all’attentato al Pentagono. Portato a termine da un aereo civile che se n’è andato a spasso fuori rotta per sessanta minuti dopo il primo impatto di New York, senza che nessun mezzo militare cominciasse a difendere veramente il cuore del potere americano a Washington !  Quando, di regola, se ci ti fermi anche solo con la bici per pisciare, intorno al Pentagono, prima ti fulminano e poi chiedono chi sei. Un attentato fatto con un boeing grosso e carico, di cui poi non si è trovato né un pezzo di motore né un brandello di carne umana.

                E neanche Filippo, da tutti quei dubbi che ha messo in fila per me, anzi dicendo che sono stato io a farglieli venire, mentre leggeva, quelle notti… neanche lui, lo so, ci crede.

                E io, se hanno ragione loro…

                …Ma che cosa è, ciò a cui non riusciamo a prestare fede ?

                Diciamo, per adesso… Che chi è ricco e bello è anche buono e dice sempre la verità, e chi è brutto e povero mente sempre perché è pure cattivo.

                Non funziona così, se non nei film per gusti facili.

Invece penso per esempio che la bugia sia la condizione normale delle relazioni umane, e allora che un altro modo di essere rivoluzionari, dò ragione a Orwell, è testimoniare il vero.

A saperla, la verità. A volerla sapere.

 

                Io ho mentito a Clara. Una cazzata, innocua, lo so. Ma intanto. Dissi di chiamarmi Saulo. Così, mi piaceva. “Sta’ attento, sta’ attento attento” di mia madre, probabilmente, e quella battuta di Elisa nell’ultima telefonata: “non farti incastrare…” E allora Giovanni decideva di mettersi una maschera in faccia per le sue nuove avventure.

Quando l’ho conosciuta, la ragazza, all’internet point, avevo appena scherzato in chat con Paolo, che mi dava del fannullone giramondo, ma ormai la pacchia stava per finire, che mi avrebbe torchiato lui. Io mi vendicavo dicendo che le storie dell’eroe del suo libro erano una rottura, che ci sarà pure nascosta tutta la sua filosofia, però non scorrevano. E lui si difende con le sue solite capriole…

- Mica è colpa mia !  Quelle parole sono di Saulo… noiose, ma lui le pronuncia uguale… Ne ha diritto, perché vuole esistere… E poi Adri, la mia trading, per esempio, le adora al punto che se le rivende come sue ! 

- Vabbè… Questo giustifica la tua creatura, forse. Ma a te no !  E non mi frega niente del tuo criterio di autosufficienza, né dell’amica tua azionista e plagiaria…

                E giù un altro dollaro di stronzate del genere. Per cui quando lei mi ha chiesto “como te llamas”, mi è uscito “Saulo” e Sàulo è restato. Però stavolta mascherarmi, anziché essere una buona idea mi ha abbastanza fregato.

                Perché, per esempio, zio Franco l’aveva trovata la pista giusta per cercarmi. C’era arrivato, alla Tepeyac Association degli immigrati latinoamericani a cui si rivolgevano le famiglie degli scomparsi della comunità. E c’era andata pure Clara, nei giorni successivi, a dare e a trovare notizie. Soltanto che lui aveva da chiedere un nome, Giovanni, con la vecchia foto del mio passaporto, e i ricci lunghi così, e invece lei avrebbe semmai offerto un Saulo, nuovo di zecca, dal cranio quasi rapato. Troppo poco, per intrecciare i due fili spaiati, su un corridoio al pian terreno della quattordicesima tappezzato di messaggi angosciati e ritratti di assenti. Si fossero incontrati di persona, loro due, forse… Ma tant’è: ormai su lunedì diciassette ci siamo sbarcati, l’asiatico veterinario è riuscito a richiamarmi da quella specie di coma, mi hanno spiegato tutta la situazione, il modo per chiamare Roma non è saltato fuori, e Franco l’ho rintracciato io. Con una normale telefonata urbana.

                Lo squillo notturno che ha gelato il sangue a casa mia, mentre Filippo ancora scriveva e là si è interrotto, poi l’ha fatto lui… Passando subito l’apparechio a Raffaele, che urlava a mia madre che ero vivo. E che venivano a prendermi.  

 

                A me è rimasto un ottimo mal di testa, ma passerà. E il debito di un gallo col buon Redicolo, protettore dei piedi che tornano a casa.

A Roma mi stanno facendo visite e analisi, e parlano di cefalea post-traumatica, di possibili vertigini, nistagmo laterale, rocca petrosa, movimenti saccadici e che cazzo ne so. I miei comunque stanno abbastanza tranquilli. Io spero solo che non mi rivenga su l’ansia di tanti anni fa, quando mi ero fissato di avere il tumore al cervello, innescato secondo me dalla famosa capocciata al lampione e dopo covato a lungo, e i pochi momenti in cui non mi ci angosciavo era quando facevo la doccia dopo la partitella a tennis con un amico di famiglia, al circolo galleggiante sul Tevere. Mai capito perché. Poi quest’ipocondria è finita, per fortuna: ho smesso di inventarmi sintomi che non dicevo neanche a casa per non farmi prendere per matto, e di identificarmi con Gershwin se non quanto a talento almeno per la fine, che di cancro c’è morto sul serio. E a parte qualche rara ricaduta di panico quando penso, tipo, a quelle volte che sento più veloce o altre stranezze, che però magari abbiamo tutti, ormai è un bel po’ che mi vedo uscito dal braccio della morte. 

                Cioè: uscito da quello dei condannati a breve. Perché comunque, presto o tardi…

                Ma adesso non voglio fare il depresso.

Anche se, con quello che sta capitando e che è successo a me, un minimo di lagna sarà pure consentito. Si raccomandano anche gli psicologi sui giornali, no ?… di stare vicino ai ragazzini che assistono al terrore di questi giorni, che potrebbero regredire e succhiarsi il dito, isolarsi, diventare aggressivi, farsela sotto a letto… D’accordo, ho appena compiuto ventisette anni e perciò non rientro propriamente nella categoria infanzia shockata, ma quel disegno di un bambino di seconda elementare che hanno pubblicato sullo stesso articolo, non so come ma mi parla parecchio dentro… Tre lineette dritte per il grattacielo, una piccola ics per l’aereo sbieco…

Sarebbe la copertina giusta a questo libro, sì. Anche quella, tutto sommato, è un’impronta. Di quelle che ci sto in fissa da un anno.

Solo che anziché l’orma di dio, dev’essere di qualche specie di sottouomo, dell’essere brutale che al servizio di una voracità rettile ormai può metterci tutta la scienza e la tecnologia del mondo. Altro che scaglie e denti. Di dio semmai spicca il silenzio, come nella poesia che mi ha regalato prima il mio cognatone.     

                Rettile. Uguale allo sguardo che ho incrociato quella sera, e che se lo rincontrassi adesso, in questo scenario paranoico, crederei davvero di essere già sulla lista nera delle prossime vittime. Speriamo di no, voglio ancora fare un sacco di roba.

 

                Giocare a pallone, scrivere e fare l’amore.

                Tra l’altro, sono tutte e tre cose quasi impossibili da vendere o da comprare, veramente. Meno male. Perché un altro scandalo è: il prezzo.

Dico: il sistema, il capitalismo, lo stato imperialista delle multinazionali, la Spectre, chiamalo come ti pare… perché questo alla fine è ciò che proprio non riusciamo a credere, che tutto ‘sto casino sia organizzato soltanto da un matto straricco, barbuto e col turbante, e da venti kamikaze, e che chi di solito muove tutti i fili, dal boom economico di un subcontinente all’estinzione di una specie di cetacei, stavoltà fatalità non ne sa niente !… Insomma, quello che sia, il meccanismo planetario per funzionare poi ha bisogno di uomini in carne ed ossa, giusto ?  Cioè, sì, le strategie le teorie raffinatissime le tattiche i supercomputer, quello che vuoi… ma dopo serve uno che ci mette la sua faccia per sparare cazzate in televisione, o la mano per firmare un bilancio, il culo per saltare in aria con una bomba… E quell’uno là lo devi pagare. Ecco.

Oggi, tipo, è uscito fuori Berlusconi con la storia che l’Islam è una civiltà inferiore e che dobbiamo difendere l’Occidente. Ora, a parte che se non era per i Musulmani, quando noi ancora ci frustavamo a sangue da veri bigotti del Medioevo, la cultura greca e il sapere mediterraneo ce l’eravamo belli che persi per strada, ma poi: l’ipocrisia, di quella faccia inceronata sullo schermo !  L’ipocrisia di fare il crociato difensore, quando l’unica arma seria contro il terrorismo sarebbe facilitare la comunicazione tra investigatori e togliere un po’ di segreto bancario, e tu invece proprio oggi fai la legge per ostacolare le rogatorie internazionali, per i tuoi cazzi di magheggi finanziari ?  Io non lo so…

                Allora, quanto costa al sistema globale uno così ?

                Parecchio. Costa il governo a mani libere su una terra stupenda, su sessanta milioni di abitanti e trenta secoli di storia.

Ma quanto rende alla conservazione dei profitti, globali pure quelli ?

                Rende tanto. Perché le cose il nostro capo le sa fare, è risaputo. E dal vertice locale che lui incarna, a scendere giù giù per politici finanzieri imprenditori avvocati giudici giornalisti dirigenti impiegati medici notai ingegneri commercianti studenti insegnanti preti poliziotti soldati contadini operai pensionati casalinghi valletti cantanti attori analisti cuochi artigiani scienziati filosofi poeti pittori portieri giardinieri tassisti tecnici disoccupati spacciatori assassini truffatori papponi… questo pezzo dello sferico mosaico, insomma il nostro pezzetto a forma di stivale, grazie al capo per ancora un po’ di tempo non darà grossi problemi ai supremi indirizzi. La maggior parte di tutti noi viene o verrà orientata al consenso coi mezzi sterminati del marketing, e qualcun altro è o sarà direttamente arruolato in cambio di un prezzo qualsiasi. Appunto. Perché il calcolo, il do ut des, si può stabilire per chiunque. O pressappoco.

                Il fatto è che ogni essere umano desidera qualcosa, e spessissimo è una cosa che non potrà ottenere con le sue sole forze. I soldi, il prestigio, la sicurezza, o quella caccola di autostima che le frustrazioni e le ripicche gli hanno sempre negato. E allora, sai quanto ci mettono le tasche inesauribili del Grande Fratello a darti quello che volevi: un posto, una casa, una pistola, un atomo di potenza, un futuro per i tuoi figli, un motivo per stare al mondo ?  Basta però che tu stia al tuo remo, preferibilmente cantando, e tiri avanti l’eterna galea. O basta che ti butti nel vuoto, quando serve a loro. E purché un altro McDonald’s spacci hamburger, patatine e cocacola a Mosca come a Pechino, a Kabul come a Nairobi, all’Avana come sulla Luna.

La faccio facile, dite ?  Me la sento così, spiacente: c’ero.

 

                E io, quanto costo ?  Ma io li frego !

A me non mi compri, carino. Perché non c’è niente che tu possa darmi in cambio. Semplicemente, adesso come adesso non desidero niente. Figli neanche ce n’ho, e non li voglio. Per cui.

E con le minacce, è inutile lo stesso: paura, ora, non ne ho più tanta. Forse perché qualcosa finalmente ho capito.

Guarda, se ci riesco le mie scelte le guiderà addirittura il puro caso. Peggio che il nonno di Adele. Perciò figurati. Al megasistemonecentrale di Bush e compagnia bella lo faccio impazzire, se vuole starmi appresso. E se invece se ne frega di me, probabilissimo, oppure se ci ha messi in conto, a noi e alla nostra sottigliezza diffidente, come nulla più che un sopportabile residuo statistico di resistenza, allora tanto meglio: vivremo di quello che ci pare, amandoci e incazzandoci e comprendendoci con un’occhiata. E durando un giorno in più del nemico, qualunque cosa sia, che il tempo è dalla nostra… Anche se a proclamarlo così somiglio troppo al Jack Folla di Cugia, quel mito di uno scontento cronico. 

               

                …Ho ancora un po’ di dolore alle tempie, però.

                L’altro giorno ho visto Tribute to Heroes, le star americane dello spettacolo riunite per dare coraggio alla gente. Solo che l’atmosfera che usciva fuori da quegli studi illuminati a candele e senza pubblico era semmai da c’è ancora qualcuno là fuori ?… Sting e gli U-Two da Londra, da Los Angeles Mariah Carey gonfia e fragile di psicofarmaci, Stevie Wonder e i Take Six, giganti insieme su Love’s in need of love today, Alicia Keys proprio da New York… Alicia bellissima, e fatta seria da un velo di pizzo nero sui capelli, che mi sembrava Adele tanto che gliel’ho detto subito al telefono… Sì, ci siamo già sentiti qualche volta, e tutti e due tifiamo perché si crei tra noi una specie di amicizia pulita. Boh, si vedrà: se daremo più peso al passato o al futuro… E poi, al microfono a raccontare delle cose sono passati Jack Nicholson, Meg Ryan, Tom Cruise, Robin Williams, Goldie Hawn, Woopie Goldberg… insomma la sinistra di Hollywood, e si vede che i reazionari serviranno dopo, mica per consolare: per tirare la volata alla rappresaglia. Alla fine s’è aggiunto anche Cassius Clay, col cuore grosso così, e quel muso d’aquila stanca di Willie Nelson, che pareva Lorenzo da vecchio. E altri due sosia degli amici miei: Al Pacino, con lo sguardo sapiente di Oscar, e Brad Pitt, che Miccolò è uno scemo ma ci ho fatto pace, e comunque è un bel fighetto. Celine Dion ha chiuso la serata, cantava God bless America ma faceva tanto Titanic, che neanche è tutta colpa sua.

 

                Non ho paura, ho detto. E può essere pure perché qualcuno, quando ne avevo bisogno, una storia in fondo me l’ha raccontata. D’accordo, ero, sono sempre io che parla e che ascolta, e per di più la storia è un po’ della mia stessa vita, ma… ma vale meno, così ?  Intanto, fare mente locale male non è, mai. E comunque, tra essere e basta e vedersi e provare a descriversi mentre si vive c’è grande differenza. Magari è proprio la terza via che sfuggiva a Amleto, no ?  E fissata su carta, bella ordinata in book fold a trentaduesimi, come sarà appena avvierò qui la stampante, mi darà la certezza di ritrovarmela sempre uguale, quest’avventura, e sempre più familiare. Chiunque me la rilegga, in caso. Come piace a noi creature da che mondo è mondo. Il mio duemilauno, rincorso, tra le tante odissee possibili, appresso a una parola strana che mi ha smosso tutte le altre, e i fatti e le emozioni, azzardando così una trama. Un po’ come diceva quella bambina adorabile alla sua bambola: “scrivi scrivi !” 

                Va bene, è solo un anno tra molti di un uomo tra moltissimi, e il suo significato franerà e rotolerà ancora a fondo valle quando crederemo di averlo stretto sulla cima. Ma qualcuno sostiene che il vero padre di Ulisse fosse appunto Sisifo, perciò il mio gioco di specchi direi che tutto sommato è lecito.

 

                Ora si tratta solo di chiuderla, la favola. Di prendere la decisione senza rimpianti.

Ma come si finisce un libro ?  Boh… io un libro non l’ho mai scritto, né credevo di farlo questa volta. E forse non lo è, infatti, forse è solo un… un aspiratutto. Ma insomma, pure la spina dopo va staccata.

 

                …Sono uno che ha studiato. Chiuderò in grande.

Dicendo che quello che sta accadendo adesso sulla Terra non è indice della mancanza del minimo scrupolo morale da parte degli avidi decisori apicali del capitalismo occidentale, o non esaustivamente. Di fatto è possibile, e sotto il profilo interpretativo è pure più elegante nonché meno atroce, che quell’avidità apparentemente incontrastata sia a sua volta strumento inconsapevole di una lungimiranza ancora maggiore. Poniamo che si sapesse, in qualche segreta stanza, che il nostro modello di sviluppo, quello euroamericano del dopo Guerra Fredda, aveva i giorni contati. Che il petrolio sta lì lì per finire, metti, o l’acqua potabile, o che i rifiuti stanno per sommergerci o le scorie radioattive per brillare. In tal caso, a lasciar correre, il mondo industrializzato collasserebbe a breve, e la convivenza umana, nella drammatica inadeguatezza di modelli sostitutivi abbastanza raffinati, tornerebbe indietro di mille anni. Tipo la caduta dell’Impero Romano, di cui infatti si dice sia la cronologia tenuta in maggior conto dall’amministrazione attuale degli Stati Uniti. Allora, se così fosse, qualcuno, forse nell’Europa dalla canuta chioma e dagli occhi grandi, potrebbe aver stabilito che un tentativo vada fatto, adesso. Una manovra diversiva, una perdita o un accumulo di altro tempo in attesa di soluzioni migliori e più stabili… Una specie di elettroshock, insomma: una lunga guerra diffusa, per esempio, per schiacciare da una parte e consolare dall’altra, riprendere il controllo, mescolare le carte, produrre e vendere, ovviamente, cooptare i barbari alle frontiere o allontanarli di nuovo e prendo io questi faccia di più chi sa, e meglio cattivi per qualche decennio con poche decine di milioni piuttosto che tutti e sei miliardi quanti siamo regrediti per secoli, tanto il lavoro sporco si trova chi lo fa e gli piace pure, e vai con l’attentato spettacolare che accende la miccia e poi: bombarda, persuadi e seleziona. La vita sul pianeta avrà avuto migliaia di queste false partenze, tranquilli, basta non retrocedere troppo e il buono presto o tardi viene a galla. Costi quel che costi: gli strateghi di razza lo sanno. Perciò il sistema, che prima ho denunciato con rabbia, in realtà sarebbe, sì, torbido e malvagio, ma solo nell’ottica di qualche generazione sensibile eticamente. Alla lunga, col respiro di uno storico alla Toynbee, per dire, sembrerebbe perfino favorevole alla vita e alla crescita, cosa che a un progressista fa in verità sempre piacere. E alla lunghissima, dal punto di vista del Tao, che è troppo lontano e troppo ovunque per emettere giudizi parziali, il sistema addirittura, banalmente né a favore né contro, è la vita e punto.

Dunque, ricapitolando. Riguardo all’interpretazione di questi ultimi accadimenti, e magari anche più in generale, potrebbero perciò aversi diverse letture.

Il grado zero, cioè l’orrore puro e semplice per i crimini dell’undici settembre e la condanna severissima e armi puntate verso chi sembra li abbia firmati.

Un primo livello, ossia la deduzione fondata che le stesse Potenze apparentemente vittime delle stragi, in qualche modo le abbiano progettate per guadagnarne il consenso utile a scatenare una guerra di conquista economica.

Un secondo livello, vale a dire l’ardita intuizione che perfino questa biechissima manovra non sia poi che una dura necessità provvisoria, nel disegno millenario di avanzamento dell’Uomo verso il suo avvenire luminoso.

E un terzo livello, che a quel tempo a-venire non assegna alcun parametro di valore limitandosi a osservarlo, o meglio a presentirlo, più o meno come un paleontologo di oggi registra, ma a ritroso, l’acme dei dinosauri sulla Terra e il loro forzato trasformarsi in, o cedere a, forme animali diverse e più adatte.

Oh. L’ho detto !

               

Dopo di che, mi guardo intorno e constato che al grado zero si ferma la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Mio zio Franco, invece e tra gli altri, vedi Filippo, nei suoi giovanili amori filosofici intravide ante litteram il secondo livello, e per nutrire quell’ispirazione ottimista cercò i giusti testi classici e ne trascrisse affettuosamente titolo e autore sulla lista che si rintanò fino a sbucare tra le mie dita curiose, e di cui gli domandavo notizia ricevendo finalmente la risposta. Il terzo livello, la naturalità integrale, non so chi lo possegga davvero, dico in modo continuativo. Gli eremiti dell’Estremo Oriente, forse. O qualche artista. E per l’istante che dura, credo, la butto lì, anche la femmina di homo sapiens mentre dà alla luce il cucciolo.

                Io, chiusa la complessa parentesi analitica, confesso di trovarmi appena al primo, di livello, quello del complotto imperialista. Come i più tra quanti conosco meglio. E di trovarmici pure bene, alla fine, schifato al punto giusto e con quest’orgoglio intellettuale a ripagarmi un po’ dello schifo.

 

                Però… Però non è così che si congeda una storia personale. Non si dovrebbe chiudere da fuori, per quanto in grande, ma da dentro. Già.

                E allora.  

                Voglio ricordarmi di una bella soddisfazione, che non ci avevo più pensato. Di quando, saranno cinque anni fa, ho accompagnato Federico all’inaugurazione di un parco nella sede dove lavora, dedicato alla fratellanza  tra i popoli e alla memoria di Rabin ucciso da poco, e insieme non so come abbiamo convinto l’orchestra a suonare fuori programma un inno ebraico per la pace. Solo che spartiti non ce n’erano, e allora chiedemmo sfrontatamente a uno della scorta dell’ambasciata israeliana di canticchiarlo, per favore, all’orecchio del primo violino. Che scena !  Il giovane col corpetto antiproiettile, l’auricolare dei servizi e un mitra al braccio che dettava nota per nota al giovane in frac, archetto, matita e pentagramma la melodia per la fine di ogni guerra, tra l’imbarazzo dei cerimonieri e l’esaltazione dei cittadini presenti. Fummo bravi, sì… Le parti politiche un po’ meno. Oggi a Gaza s’incontrano Arafat e Peres, e un anno di Intifada.

                Ancora. Voglio ricordarmi che non è vero che non temo nulla. Sinceramente, chiunque l’abbia deciso, e per qualsiasi motivo, il fatto è che da ora in poi saremo tutti tanto poco al sicuro… E ho paura che sia più facile per uno che vuole finire di sciupare la propria vita cieca, rovinare anche la mia e di quelli a cui voglio bene. Ma ricordarmi pure, voglio, lo lessi da ragazzo, che se ho detto sì a un piacere allora ho detto sì anche a tutta la sofferenza. Per cui sono pronto.

                E non è vero neanche che non desidero niente. Semmai ho un’ambizione così sfrenata, cosmica, e la tiene su una fiducia nonostante tutto talmente integra, che spero solo che il Grande Fratello non se la possa permettere mai questa spesa folle, volesse farmi suo.

                D’altronde, la speranza è un vizio di famiglia. Ce l’abbiamo addirittura scritto tra le lettere dei nostri quattro nomi, e sarà un caso. Ma Gaia vuol dire allegria, Raffaele guarigione, Elisa salvezza e Giovanni, adesso lo intendo, significa dono di dio. Per questo, decisamente, non mi serve pregare e… Aspetta, è arrivato un sms che mi annuncia posta interessante. Apro l’email e torno subito.

 

                Rieccomi.

                Questa è forte. Era Barbara… ma non ve l’ho detto ancora ?  Conosciuta alla Festa degli Asteroidi, dall’amica di Elisa. La coincidenza fu che lei aveva lavorato per un po’ in una segreteria di Berio, Luciano, e di preciso proprio quando io gli avevo scritto quella cazzata della riforma equifonale, non so se vi ricordate. Comunque, al momento delle presentazioni al party, Barbara ha ricollegato il nome e, per pietà sottovoce, mi ha detto che proprio lei la ricevette, quella lettera da musicologo pazzo ovviamente mai presa sul serio. Be’, è una bella pupa. E un paio di uscite prima del viaggio in America ci sono già scappate. Ma ci andiamo piano, l’autunno è lungo e chissà… Anche se adesso si occupa d’altro, Barbara il cigno, dagli occhi di zaffiro, di musica ne mastica un po’ e mi ha giusto mandato la sua nuova idea per fare canzoni, con tanto di single track di assaggio. Un’altra sciroccata. Dice di prendere i suoni dell’ottava tradizionale, costruirci tutte le quaterne possibili, che sarebbero quarantatre per dodici, e di aggiungerci come nota di basso una quinta nota comunque diversa, che fa sessantasei cinquine differenti su ogni tonalità. Da do minore basso in fa, tanto gradevole, a si minore seconda minore seconda basso in mi bemolle, che fa cagare. E per comporre, conclude, inventati pure la linea che ti pare ma sotto, come accordi dell’armonia, mettici sempre una di quelle cinquine e niente di meno. Segue esempio. Che non è male affatto. Tipo una ballad dei Red Hot Chili Pepper, come potranno valutare gli amici naviganti sul mio sito completato. Mentre i lettori del cartaceo dovranno accontentarsi del titolo del brano: Qualcosa che non afferri.

                E io non ho ancora afferrato se c’è o ci fa, da quando mi ha detto “ho due gatte e una si chiama Chicca”, e io una sera davanti a casa sua col terrazzino, indicando una micetta grigia le ho chiesto “è questa Chicca ?”  E lei:

- No. Chicca è quell’altra.

                - E questa come si chiama ?

- Chicca !

 

Ok, la spina.

                Adesso la stampante è pronta, e piena di fogli bianchissimi.

 

Mia madre me lo ripeterà sempre, che vedo troppi film.

Print. Invio.

 

E in fondo, senza sbruffonerie, non lo so se vorrò mai dei figli. Se si potrà, se ci riuscirò.

Magari mi piacerebbe potergli dire un giorno: vuoi sapere io chi sono ?  E che lui, o lei, prima di prendere il largo per la sua avventura, mi domandasse di raccontargli la mia storia.

 

Io, Giovanni Da Costa.

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categoria: racconti


mercoledì, 26 novembre 2008

acheropita.ecco/2

Venerdì.

Ognuno ha cercato di dare coraggio a sé e agli altri. E’ passata Bianca ad abbracciare Gaia e Elisa, sono rimaste un po’ insieme, sedute al tavolo della cucina. Raffaele ha chiamato dal giornale dicendo che forse sarebbe riuscito a partire, presto, e che aveva parlato con un dirigente del Partito Repubblicano, un italoamericano, che conosceva dei romani scampati al crollo, due che lavoravano lì da anni e che sono riusciti a scaraventarsi per le scale fino in strada dopo la prima esplosione. Gli hanno detto che scendendo incrociavano gente che veniva da più in alto ancora, e che agli intoppi ai pianerottoli chiedevano se ci fossero altri italiani lassù, ma pareva di no.

E non ti basta per rimetterti, come notizia, ma un grammo d’aria te la dà.

 

                Io sono andato all’unità di crisi del Ministero, dove si raccoglievano notizie dai vari committees di residenti all’estero. Notizie, ma anche denunce sfoghi preghiere. A un certo punto sono rimasto solo vicino a una pila di fax, in cima c’erano due paginette stampate in corsivo. Le ho lette.

Forse sono di un uomo, o un ragazzo, che non cerca nessuno in particolare, magari un solitario spettatore della tragedia, che però voleva raccontare, a se stesso e agli altri, il sogno di un orizzonte lontano, di un tempo a venire in cui dovremmo credere, per poter accettare tutto questo e non esserne schiacciati. Un contributo da nulla, alla dignità di sopravvivere all’impotenza.

                E vorrei che anche Giovanni potesse leggere quelle parole.

Le ho copiate, io le metto qui.

 


                               Addio addio

                               E' un prender commiato

                               Questo
                               Dall'abitudine alla civiltà

                               Il consueto occidente

                               Tira il fiato mesto

                               E così suadente e acre barbarie

                Nuovissima viene


                Addio addio

                               Un tratto lungo

                Fra codici e lenti e tele e ospedali

                S'è tutto percorso

                Credevamo di avere già saldi

                Quei due soldi di pace salute diritto

                Almeno noialtri

Peccato

                Addio addio

Invece
                Non è ancora giorno

                E l'alba intravista è una pietra focaia

                Riflesso d'ambra

                C'invischia la nera resina

                Ci attende il dolore

                Della ragione e del cuore


                Addio addio

                Quel che rimane prima del sonno più duro

                Ci offende

                E' lottare

                Lottare la vita come gli uccelli

                Come gli etiopi che non salviamo

                Al futuro sì d'accordo

                La cortesia e la bellezza

                Non ora

                A noi solo l'ebbrezza bestiale

                Del silenzio di un dio

                Che volevo diverso            

 

                Addio addio

                Prosegue il viaggio dell'universo

                Noi qui sostiamo

                Assisterà altri al naturale portento

                Di un uomo o chissà cosa

                Che nasca libero finalmente

                E libero possa vivere e amare           
                Son certo

                Ma vederlo no

Non si dà con questi miei occhi aperti

                Lacerarli ora devo contento

                Invece trafiggerli alla puntuta piega del caso


                Addio addio

Narrate allora il mio sogno

                               O liberi

                               Viva carne di un'idea antica

                               Rimembrate

                               Affabulate di noi

                               E tanto

                               Voi che sol schiudendoli

                               Gli occhi o chissà cosa

                Darete luce e verità e segno

                A ciò che solo fu nostro

                               Il canto

 

 

                La cortesia e la bellezza… Lacerarli ora devo…

…Poi, senz’altre informazioni in tasca, ho avvertito Elisa e mi sono mosso per tornare.

A mezzogiorno ero fermo a un semaforo verso piazza Ungheria, e sono iniziati i tre minuti di silenzio in onore dei morti di New York, Washington e Pittsburgh. La solidarietà del Vecchio Continente per quello Nuovo. Ho spento il motore e sono sceso, mentre il campanile di san Bellarmino spazzava l’atmosfera.

Fuori da altre macchine, una donna con un bambino in braccio, due uomini in giacca e cravatta, una ragazza bionda e magra. Con gli occhi enormi e socchiusi cercava nei miei non so che conferma. Ho serrato le labbra inspirando, rivolgendole i palmi fuori dalle tasche.

Altri passanti si erano raccolti, qualcuno si dava la mano, ci guardavamo tutti. Due moto hanno curvato davanti a noi, rallentando, poi hanno tirato dritto.

 

Sono ripartito. Passando dai miei, per sfogarmi e guadagnare due coccole, gli ho descritto l’ultimo andirivieni di emozioni. La televisione mostrava quei minuti di muto amore moltiplicati per cento città, per diecimila incroci in tutta Europa.

“Dicci cosa possiamo fare per loro”, mi hanno chiesto tristemente. E che vuoi fare.

               

Ma dopo, a casa di Giovanni, ho trovato un sorso di quell’acqua per cui avevo pregato.

                - Filippo, vieni !… Senti l’idea di Bianca… Senti !

                - Sì… Dunque: Giovanni, lo sapete benissimo, è fissato con le foto panoramiche…

                - Va bene…

                - Ecco… solo che lui le fa sempre col teleobiettivo, non col grandangolare o altro… Ci ho discusso mille volte… niente: sempre il cannoncino appresso, se dovevamo salire per panorami !…

                - Cioè… dici che…

                - Sì !… Che se c’era pure solo la possibilità di andare alle Torri, lui non sarebbe mai uscito di casa senza macchina e tele… Sit-in o non sit-in… Mai !

                - Ma… da quello che diceva… quand’era ?… Raffaele, diceva che Giovanni non ha fatto un passo per Manhattan senza portarsela appresso tutti i giorni, la macchina fotografica…

                - Il corpo-macchina, va bene, è sempre quello… ma gli obiettivi li cambia sicuramente, a seconda delle cose che andava a vedere… Io lo so…

- Capito ?… Perciò basta chiedere a zio Franco se il cannoncino sta ancora lì, nella stanza con le cose sue… oppure no… E se c’è, se lo trova, Giovanni fino lassù non c’è mai andato !…

- E dài, allora !… Chiamiamo !

                - Fatto !… Franco sta tornando di corsa a casa per controllare, perché così su due piedi non se lo ricordava… Ci richiama lui subito.

 

                Grande Bianca, forza calma.

               

Franco ha ritelefonato.

                - CI STA !… Eccolo, il teleobiettivo di Giovanni !  Ce l’ho qui in mano !… C’è pure una scatola, un contenitore… La macchina fotografica non c’è… ma il tele sì, sta qui !…

               

E te lo immagini, Giovanni ?  Te l’immagini la doccia di contentezza che in quell’istante hai fatto piovere sopra chi ti ama, solo lasciando quell’attrezzo sul tavolo in una camera di una casa della città a cui volevi finalmente presentarti di persona ?

Lo so perfettamente che lì ci siamo attaccati a un niente di speranza, con te che non ti si trova, che non si riesce a parlarti. Una speranza da pazzi, che si regge su un burrone appesa a testa sotto a un filo d’erba. Scuoti la testa scettica, ci prendi per matti, è come se ti vedessi…

Ma gli uomini non sono così ? 

Non è così, la tua famiglia stupenda ?

 

                Un’onda di fiducia ne tira una più grossa. Elisa ha chiamato a volo il padre per dirgli tutto, lui ha urlato e poi ha aggiunto che il giorno dopo si poteva partire, ormai era sicuro.

Giovanni è vivo, si tratta di trovarlo.

E lui e Franco, insieme, ce l’avrebbero fatta.

 

                Grazie a questo piccolo varco nell’angoscia sono riuscito a riflettere un po’.

                Che succedeva, adesso ?  Parlo del mondo.

                L’America risponderà all’attacco, certamente. Contro chi ?  Contro chi ha fatto questo, contro i terroristi. Sarà guerra ?  Sì, guerra dell’America e dei suoi alleati contro chi ha progettato e ha messo in pratica un delitto così inaudito. E è giusto ?  Sì… non lo so… sì, è giusto… Ma… vinceremo ?… I terroristi avranno pensato già alle contromosse, credo, non sono dei pazzi… Cioè, è un altro tipo di pazzia… Ma quali mosse ?…

E poi: l’America, l’Occidente, noi, gli eserciti, la CIA e tutto il resto… non siamo stati capaci di prevedere, di prevenire… Hai lo scudo spaziale, hai i satelliti-spia, e succede questo ?… Chi la vincerà questa guerra ?… Chi è che la vuole ?… E perché ? 

Non riesco a concentrarmi, mi sfugge sempre qualcosa… Ho cercato di pensare a un altro livello. Ho pensato per immagini, non per concetti.

Disegno a mente dei cerchi concentrici, e poi coni uno dentro l’altro. I coni più grandi mi vengono come se fossero anche i più antichi. Mi è risalita una frase, chissà da dove. C’entrava qualcosa ?… La dico a te, forse la conosci… Più è grande un’organizzazione, più cose gli capitano. E più è vecchia, più gliene sono capitate. Se è abbastanza vecchia e grande, è praticamente impossibile prenderla alla sprovvista !

Allora: chi, e come, è riuscito oggi a sorprendere così clamorosamente l’enorme organizzazione, millenaria, che chiamiamo il Mondo civile ?

               

Cosa muove tutto, a questi livelli di potere ? 

Giovanni, tu lo sai ? 

Ieri sera, stasera… io ho letto sul tuo blog cose che mi fanno capire… Giovanni ?…

                Non sono bravo come te e i tuoi amici, con i film, ma quella bellissima faccia di Warren Beatty, in Reds, quando gli domandano:

                - Mister Jack Reed, perché secondo lei è scoppiata la guerra in Europa ?

                E lui risponde tranquillo:

- Profitti.

E Diane Keaton se ne innamora in un attimo… Quella sequenza me la ricordo, amo quel film. Perché ?…

Profitti. Di chi ?…

Quanto vale una vita umana ?…  E migliaia ?  E una guerra ?… E il nuovo, che una guerra prepara ?

Che ne sappiamo noi, oltre all’orrore ?  E quanto ne sa più di noi, chi scegliamo per governarci ? 

E che cosa sa, chi non scegliamo ma ci governa lo stesso, producendo immagazzinando pianificando estraendo comprando vendendo edificando, ogni minuto di tutti i giorni su ogni metro quadro del pianeta ?

 

E perché Bush… mi ha colpito tanto… perché ha detto che “l’undici settembre è sì la Pearl Harbour, ma anche la Dallas di questa generazione” ? 

Pearl Harbour, lo capisco: un attacco a tradimento… Ma che c’entra con l’undici settembre una storia così contorta come l’omicidio di Kennedy ?

 

Non ci arrivo, Giovanni. Non riesco a portare la mia lucidità fino dove mi spingono le mie paranoie.

Devo fermarmi, respirare, tornare a una scala più umana. Qui dove l’aria è grigia della polvere sbalzata, ma c’è. Dove la vita è acida come cercare un figlio, un fratello, un ragazzo che non si trova.

Ma è vita, dice Baricco, e non un film.

 

                …E’ il telefono ?… No… Elisa ha sospirato e si è girata sul letto, e il resto è la mia immaginazione.

 

                Dopo è arrivato sabato, il quindici.

Di mattina presto i miei sono venuti qui a casa tua. Mia madre con tua madre a fare cose e a fare tempo, aspettando che Giovanni chiami. Che chiamerà. Dal suo telefonino, che è un muro di gomma, o da qualsiasi altro.

E mio padre col tuo, fino all’aeroporto. Per sminuzzare quell’ora di attesa dell’imbarco in piccoli bocconi di affetto.    

E non è successo niente fino a sera, quando Raffaele ci ha contattati da New York.

 

Elisa e Gaia hanno sentito la sua voce da là, da quel posto che da una settimana è tutti i posti a cui pensiamo, e da dove giungeva la tua voce l’ultima volta che l’abbiamo sentita. E saperle tra loro vicine, o in qualche modo più vicine, queste due tonalità del loro amore, ha dato un po’ di sollievo alla fede dolorosa.

Raffaele l’ha capito, e non ha potuto… non ha voluto impedirlo. Non subito, almeno.

E’ perciò che soltanto a me, quando sono arrivato anch’io all’apparecchio, ha confessato… e doveva…

- Filippo… sei solo, adesso ?… Giovanni… senti, Giovanni aveva un altro teleobiettivo… c’è qui la scatola, capito ?… La busta… Se l’è comprato… il nove, il regalo per sé… si è anche scritto una specie biglietto d’auguri, da solo… CRISTO !… E’ con quello nuovo che è uscito, martedì… Il vecchio sta qui… ma lui, capito ?… Lo sapeva di andare a fare delle foto… dall’alto !… Se le voleva dedicare, a sé e alla sua amica… Non so che fare, Filippo… non ci sono notizie… non si trova niente… Speravamo… sul nulla… Non glielo dire a loro, aspetta… Sono disperato, non ce la faccio… Filippo…

 

E ho aspettato.

Ancora ieri, domenica, mi sono chiesto se fosse giusto. L’ho scritto prima, e non voglio contraddirmi: in una situazione così, tacere un particolare per pietà è stupido, potrebbe contare una possibilità di meno. Ma quello che Raffaele sa, e che mi ha detto, non è un fatto: è solo l’indizio che una certa ipotesi forse non regge. Ma tanto, Giovanni, anche quella deduzione non serviva certo a ritrovarti, lo sai… Era buona, sì, a far circolare un po’ di sangue nelle vene di chi ti sta cercando.

E anche di Lorenzo, anche di Oscar e Miccolò, di Valentina e Federico che passano. Anche di Adele, che chiama e prova a non piangere.

E quel sangue io non voglio che si prosciughi.

 

Per cui ho taciuto.

E pure tuo padre, e suo fratello.

La metto qui, però, per te, tutta la verità. Affinché tu abbia il quadro completo, quando l’osserverai.

 

                Quello che vediamo noi, ormai, e che ci arriva senza altre notizie… di te, al momento, nessuno sa niente… è un paesaggio desolato, schizofrenico.

                Le borse che tremano di brutto, i vecchi hippie di Washington Square che cantano Give peace a chance, e sullo sfondo il tappeto di foto dei dispersi a Broadway, a Park Avenue.

L’estrazione di corpi, di resti, la conta, il riconoscimento…

 

Basta.

 

                Non vuoi tornare, Giovanni ?

                Non sei curioso di sapere come continua, tutto ?

                Io sì !  Io voglio sapere come va avanti, il tuo tempo.

 

In queste ore, che ho passato in mezzo alle tue parole, alle cose che hai voluto mettere in fila, qui, tra quelle che hai vissuto pensato amato temuto quest’anno… il tuo duemilauno… Parole che costruiscono un senso, come dici tu, o ci provano solamente. O che proprio da un senso scappano via… O è soltanto un diario di chi non ha un diario. Non lo so…

So che deve continuare, però. Il significato magari è appena appena la direzione.

 

Ed è tutto vero, quello che scrivi. Cose che più o meno sapevo, magari da sempre. Ma che la tua voce mi ha squadernato davanti. I quaderni…

E’ vero, ed è il momento giusto per dirlo.

E anche per me… Siamo coetanei, se ci penso bene…

Sì… Siamo tutti gemelli !

                Uno lavora uno serve uno risparmia uno gira uno ride uno fotte… Ma guardaci da lontano: stiamo tutti insieme. In equilibrio sulla fortuna.

                E adesso, tutta questa merda !…

 

                Io, da che parte volevo andare ?  E dove sto andando ?

                Noi… tu Elisa Bianca Adele Oscar Lorenzo Miccolò Laima…  e Mira… e Vati Thomas Clara… e Rita… e io… Non vogliamo tutti la stessa cosa ?  Non vogliamo… strada ?

                E non è già questa, la rivoluzione ?

 

                Io dico di sì.

Ci penso ancora, almeno per scacciare i lupi.

La rivoluzione non è le barricate e i fazzoletti al collo, l'Internazionale, la ghigliottina e le chiese scoperchiate, la democrazia diretta o il sesso libero… Cioè: è tutto questo, ma nel senso… la dico così… che è quello che consente tutto.

E’ il tempo.

Il tempo che combatte contro la sofferenza e contro la schiavitù. Perfino oggi, cristo, sì.

 

E non sarà un uomo a innescare questa rivoluzione, sto dicendo, e tanto meno a vederla vincere nel corso della storia. La rivoluzione contro le mille forme del dolore è il corso della storia, tutta intera. Avanza, svolta da una parte, per un millennio si paralizza, riprende all'improvviso, cambia direzione, continua così per qualche secolo… Non lo vedi ?  Proprio tu me l’hai raccontato, qua dentro.

Perciò non ci può tradire, il tempo.

Io aspetto.

                Che paradosso dirlo adesso, ma… sembra facile, a metterla in questo modo. Mi rendo conto, sembra tutto automatico: una specie di provvidenza.

               

E invece no.

Il miracolo, perché questo è un miracolo, perché sarà il miracolo, si avvera solo grazie a una cosa: la ragione. E infatti adesso mi pare limitata, zoppa e impotente come non mai. Questo volevo dirti.

Ma è questo che hai già scoperto da te.

Dipende da noi e da nessun’altra magia, la ragione, stiamo sempre a un passo dal perderla. Lo scandalo di questi giorni orribili, o la barbarie dell'antichità, la violenza sui bambini, lo sconcio del potere, la volgarità del conformismo, i genocidi, l'insopportabile compresenza del mostruosamente ricco e di chi letteralmente muore di fame. Il massacro dell'ambiente… Eppure… Assisterà altri al naturale portento Di un uomo o chissà cosa Che nasca libero finalmente… Eppure, ecco la fede che ci resta, la ragione prima o poi compie il prodigio. E l’Umanità fa un altro passo.

 

                La ragione, Giovanni: l’impronta. Ne basta anche poca, ma da qualche parte nel genere umano ci deve essere, ininterrottamente. Guai se sparisse del tutto, anche per un istante. Se perdessimo il filo, dentro questo labirinto: davvero il mondo, che adesso è cattivo come quegli occhi che incrociasti, e insensato, non sarebbe che un eterno girone infernale.

                Proprio davanti alla caduta, invece, deve essere custodito, quel filo. E coltivato, diffuso, rafforzato, affilato alla lotta contro il buio, contro l'odio, e il pregiudizio l'egoismo la stupidità.

 

                Voglio dirtelo stanotte, perché è l’unica cosa che mi sostiene.

E voglio lasciartelo qui. Perché tornerai, Giovanni, perché avrai salvata la pelle ma questo è solo una parte del problema di un uomo.

L’altra parte è la sfida.

Ecco.

               

E non ti sfida abbastanza, questa costruzione ?  Cerchi un significato, una sagoma, un profilo… Da quando ti conosco, e ancora in queste pagine…

Non ti sembra ambizioso, questo progetto ?  Degna, questa lotta, questo non cedere alla disperazione… non ti basta perché tu viva ? 

 

Io lo spero infinitamente, anche questo.

E’ il frutto che voglio dalla mia esistenza, comunque. Insieme a Elisa, per prima.

L’abbiamo cercato insieme. Lo stiamo cercando.

                Ognuno di noi due, da solo, sarebbe stato magari diverso. E invece eccoci qui… sì, ora c'è anche lei, si è alzata, è accanto a me e non trema… eccoci qui a parlarti da dentro.

E tu già non sei più così lontano.

 

Quello che sta spaccando tua madre e tuo padre, soprattutto, è saperti solo. Solo di fronte al guaio più grosso della tua vita, solo di fronte…

 

Però non sei solo.

Nessuno lo è, se soltanto ci riflette. Se dopo il giorno più duro, respirando la notte, alza la testa sopra di sé e guarda. Le stelle, le tue stelle. Tra le stelle.

Le vedi, Giovanni ? 

Io sì, dalla tua finestra.

 

Respira forte, dovunque cazzo stai… Guarda ! 

Sgranali, gli occhioni, e ridi.

Canta, come un matto !  E piangi, ma di emozione.

Perché quello è il soffitto della nostra casa. E nessun attentato può scoperchiarla.

E perché una di quelle lucine sei tu !  E ogni creatura… sempre, dappertutto… sente quello che tu senti specchiandoti  nell'universo.

                Che abbondanza !  Che sazietà ! 

Ma vedi, com'è vasto !  Com'è alto, profondo ! 

E noi… noi saremo un giorno alla sua altezza, perché siamo fatti della stessa materia meravigliosa.

 

                Vale la pena crederci, è vero ?

Alla nostra età come alla tua. Vale la pena crederci sempre.

               

                Ma tu torna.

               

Sono sfinito, scusami.

                Adesso mi fermo un attimo, però non voglio chiudere qui. Lo so che è scemo, ma è come se si potesse… No, certo… serve solo a noi, a me.

Resta un po’ Elisa, se vuole, poi rientrerò anch’io. Non è facile, per niente.

Ciao Giovanni, ecco tua sorellarkkri.telefono ilt elefonao IL TELEFONO

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mercoledì, 19 novembre 2008

acheropita.ecco/1

Ecco.

Questo è il testo che Giovanni aveva preparato per il suo sito web.

 

Che ha preparato.

Sta qui dentro, nel computer sulla sua scrivania. E io con questa tastiera lo richiamo dal sonno in cui dormono tutti i nostri file quando il monitor è buio.

A un palmo dal mouse ci sono dei libri. Forse quelli che stava leggendo adesso, Giovanni, o che ha finito da poco. Uno lo conosco anch’io, è l’ultimo di Richler. La versione di Barney, mi è piaciuto. Di Arturo Bandini e Simon Tanner invece non so nulla.

E poi qualche cd fuori dallo scaffale: Civilization Phase Three, Gayaneh, L’Era del Cinghiale Bianco. Un film in versione originale di Philippe Garrel. E alla parete, all’altezza del mio naso, una locandina di Ken Loach, una di Otto e mezzo, una fotografia di Alexej Titarenko e una stampa del Moulin de la Galette, Renoir.

C’è il silenzio delle camerette dei bambini quando i bambini dormono. Ovattato, solo il gocciolìo dei tasti.

Elisa è qui vicino, sdraiata sopra il letto di suo fratello. A pancia sotto, col viso rivolto alla finestra, un braccio sparito nel cuscino, l’altro lungo il fianco. Prova a riposare un po’, con la maggior parte di sé vorrebbe riuscirci. E forse la sta spuntando. Io lo spero enormemente.

 

Gaia è di là, in salone, seduta tra il divano e il tavolo. Ma non so immaginare il luogo che in questo momento realmente la ospita. E seppure ci riuscissi non lo descriverei.

Ascolto bassissime le voci del suo televisore acceso, surriscaldato. C’è Bruno Vespa, come da sei sere a questa parte. Ora sento quella di Casini, sta dicendo dei nostri sforzi, dei nostri sforzi di governo ministero unità di crisi consolato per avere qualche certezza sugli italiani dispersi a New York.

Certezza.

Tanti dei feriti, dice un’altra voce, stanno all’ospedale di Staten Island, e li tengono isolati perfino dai parenti eventuali, per lavorare col minore affanno. L’angoscia non è buona come terapia di rianimazione. E d’altro canto non sapere equivale a sperare.

Non per chiunque, ovviamente.

 

                Raffaele l’altro ieri è riuscito a partire da Fiumicino. L’hanno infilato all’ultimo in una lista, grazie al suo tesserino stampa e al fatto che gli vogliono bene tutti, anche qualcuno che conta. Come merita.

Per quattro giorni era stato ovunque, a Roma, per capirci qualcosa. E negli stessi giorni, nelle stesse novantasei ore, aveva parlato al telefono con Franco, suo fratello, a Manhattan. Da un’altra linea, lasciata libera, Gaia aspettava le parole di Giovanni. O di chiunque dicesse: io so.

                E aspetta, aspettiamo ancora.

               

                Il coraggio di non muoversi. Quello di muoversi.

                Raffaele sta là, adesso. Insieme a Franco a cercare. Elisa è venuta qui dalla madre, ci resta giorno e notte. Passa qualcuno degli amici di Giovanni, si aiutano tutti. E la sera ci sono anch’io.

               

Io sono architetto, mia moglie è un architetto. Ha forma e voglia di costruzione, sì, la nostra vita. Il nostro amore. E adesso, intorno a noi, sopra, e indicibilmente dentro: la violenza irreversibile delle cose rotte.

                Allora cerco un argine, qualsiasi.

                Quello che ho visto.

 

Lo abbiamo visto tutti. L’abbiamo raccontato a chi sapeva già, e ce lo raccontava a sua volta, a noi che già sapevamo. Una rincorsa di parole, nei primi minuti. Che per quanto rapida, però, non stava dietro alla velocità della caduta.

 

Un’esplosione sul tetto del mondo, forse un incidente.

Un altro aereo e un’altra esplosione, e incidente non si dice più.

La distruzione di un lato del Pentagono, l’irreale che accade.

La prima Torre crolla, New York amputata da sveglia.

Un altro dirottamento è in corso e mira la Casa Bianca, o forse San Francisco.

Si schianta la seconda Torre, davanti a tutto il mondo.

E Manhattan se l’ingoia un’atomica di polvere e di cenere.

 

In basso a sinistra, la Statua della Libertà. Piccola come una madonnina.

 

                Il pomeriggio poi qui diventa sera, e alla liturgia dei commenti intrecciati segue quella del silenzio.

Terrore muto.

Migliaia di morti.

 

                Giovanni.

Giovanni, all’una di notte del nove, aveva telefonato a casa nostra. Come d’accordo.

 

                - PAPPARAGENO !…  In collect call… sono IO !… Tantiauguriatetantiaugiriatetantiauguribruttaelisatantiauguriateeee !… Lì da voi è già il dieci… BUON COMPLEANNO !

                - GIOVANNI !… Sì… e là è ancora il nove !… Buon compleanno a te, fratellone !…

                - Che fate ?… Vi rompo ?… Si dorme ?  Fate sesso ?  Stavate cenando ?… Qui è fichissimo !

                - Me n’accorgo !… Che ti sei preso ?… Non rompi, no !  Cenare, è un po’ tardi… si fa sesso e dormiamo insieme, nel senso che Filippo dorme e io vado avanti da sola !… Dài, Filippo, scherzo !

                - Fai ciao all’assatanato !… Oggi mi hanno chiamato da zio Franco, mamma e papà…

                - Sì, stamattina, me l’hanno detto… E te salutami zio… Ma chi c’è lì ?…  Dove stai ?

                - Sto con Clara !… Saluti mia sorella Elisa, Clara ?… “Hola, Elisa !”… Sentito ?… Stiamo qui alla Gas Station… So’ matti, si sono inventati questo delirio di bottiglie scatole plastiche carta colorata copertoni candeline, accroccati su una vecchia pompa gigante di benzina… Pop art più mondezza più equilibrio instabile… Una scureggia e viene giù tutto !…

                - No, tiene !  Ce n’è da anni, le conosco… E è buono il tempo ?… Chi è Clara ?

                - …Boh ?  E’ ispanica… ride e cerca lavoro… molto cool, mooolto carina !…  Festeggio con lei, che dici ?

                - Dico bravo !… Magari, non ti fare sposare…

                - Mannaggia, m’hai scoperto !  Abbiamo prenotato San Patrizio, ci vedrai in tele !…

                - Cretino !  A casa mi racconti.

                - Ok, starò in campana… Sì, bel sole e cielo limpido !… E domani, per te, voi che fate ?

                - Cenetta al centro…

                - Fatti fare un bel regalo da Filippo !

                - …Roma-Real Madrid, due inviti in tribuna d’onore !… Ti pare ?

                - GRANDE !  Torno stasera e ci andiamo io e te !…

- Dài !…

- …No… me la vedo qui in diretta martedì, da una parabola. Sciarpetta giallorossa e… esta chica muy linda !  A meno che non la prendano alle pulizie… L’accompagno io per l’inglese, lei Bonnie io Clyde… e se il colpo va, allora starò a tifare con zio.

                - Bella ! 

- Ok…

- …Allora, pazzerello, ti dà un bacio Filippo !

                - bleah !… puzza di sonno… Ringrazialo, però.

- Sì… E anche per te c’è il pensierino appena torni !

- Vorrei vedere !… Io intanto me lo sono già fatto… A te invece, niente… TIE’ !… Ciao… a presto !  Auguri ancora… BACIO !

                - A te… E grazie che hai chiamato !  Buona serata !  BACIOGRANDE !

 

                Sì.

Quando, dopo, soltanto martedì notte, Gaia e Raffaele sono riusciti a sentire Franco, lui gli ha detto che con Giovanni la mattina aveva fatto colazione. Presto, perché poi Giovanni doveva muoversi insieme a una ragazza latina, e lui lavorare a MidTown.

L’undici settembre.

- Dove, Franco ?

- Non lo so. Ma… sicuramente… più a sud di Tribeca, perché Giovanni ha detto che andando sarebbe passato davanti allo Shine, un locale di laggiù, appunto, bello da fotografare di giorno, quando è chiuso.

 

                Più a sud di Tribeca c’è il World Trade Center.

                Affermo che in quegli istanti tacere un particolare non è pietà, è stupido.

 

                - …Franco, e poi ?

                - E poi, ancora non so niente. Ma sono sicuro… sono sicuro che Giovanni lo ritrovo presto… O che si fa vivo lui !… Guardate… qui è successo… l’avete visto… E Manhattan, tutta quanta, è un caos incredibile… Ci sono centinaia di migliaia di persone che non stanno dove dovrebbero stare ora, e che non possono comunicare con chi le cerca e non le trova… perché tutti stanno cercando qualcuno… Ma alla fine si fermeranno, si poseranno in un punto… La polvere cadrà per terra, e ci ritroveremo !… Io prego Dio…

 

                I modi della paura sono diversi, credo, da persona a persona. Però qui, in questa famiglia, dopo quella telefonata la paura si è costretta per ognuno nelle medesime strutture della logica.

                D’accordo, Giovanni e Clara si dirigevano a sud. Ma DownTown è grande. C’era un motivo per cui Giovanni potesse trovarsi proprio alle Torri, alle dieci ?

 

                …So benissimo ora, adesso che scrivo, che scrivo su questo computer… so bene qual è stata la successione degli eventi. Delle speranze, delle disperazioni. La sequenza fino ad ora lunedì diciassette, mezzanotte meno qualche minuto. La so.

                Ma c’è silenzio. Neanche più il televisore di là. Gaia sta fumando al buio, poi passerà qui per un bacio a Elisa, una carezza per me. Come ieri notte, come l’altro ieri. Passerà, e andrà a scegliersi una versione orizzontale del tormento.

                E a me, che non fumo, che comincio il mio turno vicino al telefono, e che ho costruito il tempo delle due ultime sere leggendo la storia di Giovanni, la storia che lui ha fissato su questo stesso file per un lavoro lasciato a metà, a leggerla prima insieme a Elisa e poi da solo… a me, nel silenzio, serve un’altra diga ancora. Quella dei fatti, e delle deduzioni.

 

                C’era un motivo perché stesse lì a quell’ora ?  Andavano per un lavoro per la ragazza. Un lavoro alle pulizie, ci aveva detto Giovanni. Un appuntamento già fissato. Ma dove ?  Quella che era la città verticale del World Trade Center contava forse centinaia di imprese società esercizi in cui impiegarsi come pulitori. Una ricerca disumana, per noi affrettati dall’orrore. E quindi orribilmente facile, visto che non c’importava quale fosse l’ufficio del probabile colloquio, ma che ce ne fosse anche solo uno. Sconforto.

 

                Però… Clara è un’immigrata di fresco, di lingua spagnola, con poca esperienza, nessuna specializzazione… Non poteva andare a proporsi direttamente al datore eventuale. Non a Manhattan !  Quand’è così si passa per le agenzie, sono loro che selezionano e indirizzano. E per ogni categoria, a New York di agenzie ce ne saranno sì tante quante sono le nazionalità di chi cerca sistemazione. Ma non stanno tutte alle Torri !

                Elisa, Raffaele e Gaia hanno accettato la mia teoria. E mentre loro si distribuivano i contatti con la Farnesina, con Franco, col Consolato, con amici inviati di tv e giornali, e con la segreteria implacabile del cellulare di Giovanni, io ho preso con me Oscar. E mercoledì dodici l’abbiamo passato su tutti i motori di ricerca della rete, a cercare indirizzi e a verificare telefoni.  

                Risultato: nei grattacieli distrutti, niente come un vero e proprio ufficio di collocamento per addetti alle pulizie. Meno male !  Viceversa, ci risultava una Cleaning Enterprises United all’incrocio tra la Greenwich e la Chambers. Il che bastava a spiegare le mosse di Giovanni e Clara, in qualche modo, senza per forza immaginarseli al centro dell’apocalisse.

Magari da quelle parti, ma non in mezzo !

E se alla Cleaning per tutto quel giorno non ha risposto nessuno, e Franco ha trovato chiusa la sua sede, cosa abbastanza comprensibile, comunque il sito web diceva che la gestione di personale straniero era proprio tra le attività dell’ufficio.

 

                - Va bene… Ma allora perché Giovanni non telefona ?

                Né io né nessuno, potevamo rispondere. Solo passarci di mano un filo di luce, con una concentrazione infinita.

 

                Intanto c’era da continuare a stordirsi e a risvegliarsi, in alternanza schizofrenica, leggendo i giornali oppure guardando la televisione. O le due cose insieme.

                C’è stato un articolo di Baricco che ha colpito tutti. Sta qui. Ma non l’ho conservato, che Giovanni mi ci sfotte: lo prendo ora direttamente da internet, ho bisogno di leggerlo ancora.

 

…C'è qualcosa, in quello che vedo alla televisione, che non quadra, e non sono i morti, la ferocia, la paura, è ancora qualcosa d'altro, qualcosa di più sottile…

…C'è troppa maestria drammaturgica, c'è troppo Hollywood, c'è troppa fiction. La Storia non era mai stata così. Il mondo non ha tempo di essere così. La realtà non va a capo, non concorda i verbi, non scrive belle frasi. Noi lo facciamo, quando raccontiamo il mondo. Ma il mondo, di suo, è sgrammaticato, sporco, e la punteggiatura la mette che è uno schifo. E allora perché la storia che vedo accadere in quel televisore è così perfetta ? Perché è già perfetta prima che la raccontino, nello stesso istante in cui accade, senza l'aiuto di nessuno?…

…Siamo terrorizzati perché è come se qualcuno, improvvisamente e in modo così spettacolare, ci avesse portato via la realtà: è come se ci informasse che non ci sono più due cose, la realtà e la finzione, ma una, la realtà, che ormai può accadere soltanto nei modi dell'altra, la finzione…

…Adesso eccoci qui, con il televisore davanti che ci srotola quella storia smerigliata e perfetta, eccoci qui, col vago sospetto di essere lo show del sabato sera di qualcuno. Qui a guardarci intorno impauriti, giusto per verificare che tutto questo è vita, magari morte, ma non un film.

 

                La lucidità di una generazione.

                Sono sei giorni che quando riesco a pensare qualcosa di diverso da le persone che amo stanno soffrendo, penso a questo. A com’è possibile che sia successo. A perché è successo. A chi se ne avvantaggerà, ammesso che.

Di sicuro questa mostruosità cambierà la mia vita, pure quando Giovanni sarà tornato sano e salvo. Cambierà anche la sua, e quella di tutti.

 

No, non di tutti.

O non per tutti nella stessa misura. E’ il nostro mondo che si trasforma, che va a somigliare agli altri mondi che coabitano su questo pianeta. Ai mondi dove la paura e la violenza sono già pane quotidiano, a quelli indebitati col nostro fino al collo e attaccati a rasoi pescati nella spazzatura per non affogare.

Per quei purgatori sfiniti, questo crimine infame cambia poco.

E poco, o neanche troppo, cambierà anche per chi da queste parti ha sempre e comunque vissuto nell’indifferenza, o addirittura nella diffidenza, verso tutto ciò che non gli sta giusto nel cortile di casa.

Il razzista, l’accumulatore, l’ottuso… Non viaggiava prima e non viaggerà da adesso in poi, non s’incuriosiva prima per le infinite anime della Terra e certo non l’offenderà doverle ora guardare con timore, o imbarazzo. Non conosceva l’entusiasmo per il puro e semplice stare al mondo, e quindi non saprà nemmeno cos’è che ha perduto così.

Questa tragedia, dico, porta questo di danno ulteriore: soffoca nell’avvilimento i liberi.

 allevia la servitù di tutti gli altri.

 

                Il giorno dopo, il tredici, giovedì, la speranza fragile che una ricerca telematica più una banale controipotesi ci avevano regalato, ha retto per un po’ alla nostra concitazione.

                Nessuna nuova notizia. Franco si è spinto a East Harlem, dove vivono molti dei nuovi arrivati dall’America centrale e meridionale. In mano aveva solo un nome, Clara, e una foto di Giovanni. E ovviamente non ha trovato nulla. Raffaele ha fatto la spola tra chiunque potesse metterlo sul primo aereo per New York, non appena avessero consentito i voli. Gaia si è piantata alle costole di ogni possibile fonte d’informazione ufficiale sui feriti e i dispersi. Niente.

                E Elisa ha seguito una sua traccia sulla rete: le organizzazioni non ufficiali degli immigrati ispanici.

                Un’ora e passa senza nessun dato significativo. Finché alla fine si affaccia dallo schermo una Uniòn para el Trabajo, specie di microsindacato forse neanche riconosciuto ma abbastanza attivo sul fronte dell’inserimento degli ex clandestini, che sull’ultimo aggiornamento del suo sito web, lunedì dieci settembre, chiamava tutti gli interessati a una forma di sensibilizzazione civile. Una sorta di pacifico sit-in, un braccio alzato a dire voglio esistere, convocato per la mattina dopo nella pancia sazia del simbolo della ricchezza occidentale.

L’atrio della South Tower del World Trade Center.  

- CRISTO !… Filippo…

- Ma non è detto che ci siano andati anche loro… Clara cercava un lavoro, e Giovanni non ci ha detto andiamo a fare casino…

- No ?… Allora non lo conosci… Stare in corteo coi proletari di tutti i Paesi… a New York… Insieme a una bella ragazza, come in un film sugli anni Settanta… rubare qualche foto… Dici che non ci è andato ?… EH ?!

Elisa era trasfigurata. Ho cercato un’uscita.

- …Forse, sì, sono arrivati là… il sit-in però magari neanche s’è fatto più, e infatti nessuno ne parla… e poi alle brutte sono scappati via, al sicuro… E’ così, certamente !

- E non è salito in cima, Giovanni ?!… Non ce l’ha portata, la povera Clara a guardare il mondo ricco dall’alto della Torre ?!  A ridere, a sognare a occhi aperti come fa… lui, sempre ?!… Perdìo, Filippo… non mi dire stronzate, ti prego !…

Ho chinato il capo, rispettandola. E la nostra speranza si è di nuovo eclissata.

 

                Mai. Ci sono due sequenze che non dimenticherò mai, comunque.

Una, l’undici, non è uscita in tele prima di sera. E per fortuna l’ho vista da solo.

                Pochi uomini, sei o sette, forse c’è anche una donna. Lo zoom li inquadra mentre si sporgono, si appendono fuori dalle feritoie degli ultimi piani di una delle due Torri. Sotto di loro, il grattacielo non è più che un’immensa fornace, coi resti dell’aereo esploso incastrati a mezz’altezza. Probabilmente ha già cominciato a torcersi prima dell’ultimo crollo. Non c’è più alcuna possibilità per loro di salvarsi, e lo sanno. Qualcun altro ha scelto di gettarsi, di comandare a se stesso “muori”. Loro no, preferiscono sia la morte a prenderli. Hanno smesso di lottare, hanno smesso di volere. Basta perfino con la paura. Crocifissi alla montagna d’acciaio, torturati da una malvagità colossale, ne hanno provata fin troppa per degli esseri tanto fragili, come ora si vede chiaramente. Solo, sventolano un panno bianco. Basta, ci arrendiamo…

               

Piangevo con ogni cellula del mio corpo.

Però in ogni fibra sentivo che Giovanni non stava là.

 

                L’altra sequenza non è di esseri umani, ma di cose. Soltanto pochi fotogrammi, circolati non prima di giovedì.

E’ il secondo aereo che si abbassa, vira leggermente, scivola tra le cime dei palazzi, s’inclina di sbieco per colpire più piani possibile e fare il più possibile male.

E si conficca nel fianco della Torre. E’ uno stupro infame. Che violenta le mie pupille col taglio obliquo, il ghigno, un’impronta di ferro rovente nel cristallo burroso. 

Noi costruiamo palazzi, ho pensato, all’interno dei quali torniamo al sicuro, come i nostri progenitori si distaccavano dalle ferocie naturali ingegnandosi con palafitte. E inventiamo aeroplani perché non possiamo vivere immobili, e il vento del mondo ci chiama e ci spinge fuori.

Ma in un solo istante ho visto la libertà del volo schiantarsi sulla certezza della dimora, e distruggersi entrambe.

Mi vergogno.   

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mercoledì, 12 novembre 2008

acheropita.sedici/2

Mia sorella nota il tutto e mi fa:

                - Be’ ?…

                E io, quando quelli sono già distanti, le dico il fatto. E proseguo, divertendomi:

                - …Si è organizzato così, il disturbato, e te lo svelo perché non è un segreto per nessuno… Lui all’inizio dell’anno butta giù un planning in base ai caratteri, agli interessi comuni, alle disponibilità…

                - …Ma di chi ?

                - Delle donne !  Seguimi… Poi, rotazione annuale alla mano, esce con una ragazza una volta a settimana, con due una volta ogni due settimane, con tre una volta al mese, con cinque una volta a bimestre e con dieci una volta sola nell’anno. Per un totale di centottanta incontri nei dodici mesi: cinema concerti mostre cenette chiacchiere... sesso sesso solo con la prima, precisa lui. Il cinquanta per cento del suo tempo libero !  E l’altra metà è tutta per se’ …

                - E’ pazzo !

                - Più che altro applica la sua competenza gestionale. Ma il bello è che dice che è facile !  La prima ragazza, quella che vede più spesso, la T-Cinquantadue, è un po’ la donna ufficiale… Le altre due, T-Ventisei, sono le amiche vere, e chi non ce l’ha ?… E per il resto, vuoi che non ci siano abbastanza ragazze da dedicarti qualche sera, o anche solo una, in tutto un anno ?  Stai sempre in buona compagnia, dice Paolo, e non ti rompi tu e non si annoiano loro !…

                - Non ho parole…

                - Dice che gli uomini non l’adottano in massa, il sistema, il T-Plan, solo perché non hanno abbastanza immaginazione. Però le donne, quelle sveglie e a cui piace stare in società, è sicuro di sì, anche se non ne ha le prove. Ma lui può ancora perfezionarsi: a fine dicembre questa volta cercherà di organizzare addirittura una bella cenona per invitarle tutte e ventuno, ufficiale compresa, con una disposizione dei posti a tavola complessa, precisa e conseguente !

 

                Elisa, ferma sui gradini d’ingresso alla chiesetta, smette di boccheggiare, realizza il tutto e commenta:

                - Scemo, non è scemo… Però io quello non lo vorrei come compagno neanche con la pistola alla testa !… E a lei, alla lei vera, va bene così ? 

                - Be’, rispetto ad altre convulsioni gli va quasi di lusso… Per non so quanto Paolo è stato con tre donne contemporaneamente, ma alla luce del sole, e alla lunga si erano organizzate pure loro. Tipo che se una di queste stava con lui un po’ di tempo di seguito, metti in vacanza, e quindi le toccava un giorno che di regola era di un’altra, tipo il lunedì, è successo perfino che Tizia sentisse Caia e gli domandasse “senti un po’ che fa questo il lunedì, di solito ?”…

                - Te l’ha raccontato lui ?

- Già !…

- E’ aberrante… E ti proibisco di stimare una testa di cazzo così !… E davvero nessuna delle tre si avvelenava il fegato ?

- Pare. Dice che è perché quando stava con una, delle altre due non faceva nessunissima menzione: come se non esistessero, e quasi non esistesse neanche il lui di quei giorni con loro. 

                - Cioè… tutto ciò di cui parlava con una... per volta... aveva sempre e solo a che fare con lei e lui, e mai col resto ?

                - Credo.

                - Ma sai che palle ?… D’altronde, capisco, un po’ di orgoglio femminile… Ecco, aspetta !  Io gli avrei detto “ok, non mi raccontare cosa fai davvero quando non stai con me, va bene, ma parlami lo stesso di altro rispetto a quello che già viviamo insieme. Inventatelo, copialo, drogati… fa’ come ti pare, basta che sia interessante… interessante come la vita reale di uno di cui dovrei essere innamorata. Altrimenti vai a cagare !”

                - Sei grande, non ci avevo mai pensato !  L’avresti fregato, forse… Comunque il risultato è lo stesso: l’hanno mandato a cagare tutte e tre, una dopo l’altra. Per questo ora ci prova col T-Plan: è irrecuperabile. Però sul lavoro è uno forte… Io… dal diciassette settembre… dovrei cominciare con lui…

                - Oddio, è quello il docente che ti ha chiesto come collaboratore ?!

                - Eh !…

 

                E finalmente siamo entrati. Ormai l’incontro tra me e quell’impronta sembrava maturo.

                Dentro era abbastanza buio, anche per il contrasto con la bella luce di fuori. Lo spazio era minimo: una navatina occupata da due corte file di panche, l’altare semplice in fondo, e alle pareti qualche immagine sacra e le stazioni della via crucis.

                Su un leggìo subito a sinistra c’era uno stampato con un po’ di storia. Diceva che in quel luogo già gli antichi Romani veneravano una divinità loro: Redicolo, il dio del ritorno. E gli offrivano voti e preghiere quelli che partivano per viaggi lunghi e pericolosi, e ringraziamenti quelli che erano tornati sani e salvi. Proprio l’ubicazione era strategica, perché da lì si vedevano ancora le mura della città, per un saluto e dopo via. E poi una certa aria miracolosa si faceva risalire alla leggenda per cui Annibale, vincitore a Canne, si fermasse lì per una sosta prima di occupare Roma ma, terrorizzato dall’apparizione di Redicolo, tornasse di corsa indietro con armi e bagagli.

                Però il miracolo famoso, c’era scritto, è successo dopo. Quando san Pietro scappa da Roma, infatti, per le persecuzioni di Nerone, che per aizzare l’opinione pubblica contro i cristiani e rafforzare il suo potere non esita a incendiare una parte della sua stessa capitale, è proprio a quel crocicchio che a Pietro, raccontano, sia apparso Gesù. “Signore, dove vai ?”  “Vengo a Roma a farmi crocifiggere di nuovo.” Lui capisce, non scappa più, torna indietro, e il suo corpo fa la fine che sapete. Mentre il suo nome decolla per un volo planetario che dura ancora.

E di quella visione che ha cambiato il corso degli eventi, la testimonianza sarebbe appunto la doppia orma dei piedi di Cristo, impressa, senza l’intervento della mano umana, su una lastra di marmo.

 

E eccola lì, sotto l’altare, dietro una teca.

Mi avvicino, me la guardo. Elisa è un passo dietro di me, con la sua brava guida tra le dita.

Mi ci imbambolo un po’. Lei mi informa all’orecchio “guarda che è una copia, l’originale sta da un’altra parte, e poi a dirla tutta è un ex-voto pagano per il dio Redicolo, intagliata da un marmista viaggiatore, tutto il resto è abbastanza superstizione.” E io la tranquillizzo:

- Ma sì, lo so… Stavo solo provando a immaginare che effetto mi avrebbe fatto da piccolo… I piedi di Dio !… Ok, se vuoi adesso andiamo.

 

Esterno, dopo, quasi sera. Elisa ci ripensa.

- No… dato che ero un po’ preoccupata… Vediamo la reliquia, mi avevi detto… Allora volevo ricordarti, se Adele e il tuo insegnante non ti hanno del tutto bollito il cervello, giusto che a occhio e croce tu saresti un materialista dialettico !… Ti dice niente ?… Puoi fare sì con la testa…

Ridevamo, che si stava quasi ai parcheggi, e io negavo ogni accusa.

- Ah, non ti ricordi ?… Ecco qua, allora, te lo meriti !  L’ha ritrovato mamma a casa, e adesso te lo rileggi !

E mi agita davanti un dattiloscritto che avrà dieci anni e che da quasi altrettanti non vedevo più. In fondo all’ultima pagina c’è il mio nome, e in cima alla prima il titolo: Per una comprensione dell’apparente contraddizione marxiana.

- No !… E’ un colpo basso, siete due perfide !…

- No no… Tu, senti !… Ammira il prodigio che eri già allora… Da una parte, Marx esprime molto chiaramente come la sua non sia solamente una prospettiva ideale per un futuro migliore, bensì un’analisi scientificamente compiuta mediante l’applicazione delle bronzee leggi dell’economia, le quali inconfutabilmente predicono del capitalismo la rovina e del comunismo l’avvento. D’altro canto, invece, l’intera opera teorica e pratica di Marx ed Engels non è se non un’attiva realizzazione delle tattiche comuniste, un’esortazione a prender parte al processo storico rivolta agli intellettuali, che più non devono interpretare il mondo, ma cambiarlo, e alle classi oppresse cui si grida  “Proletari di tutti i Paesi, unitevi !”…

                - Dài, basta !…

- Basta che ?  Ascolta il verbo precoce del più acuto del celebre liceo !… Parmenide da una parte e Eraclito dall’altra, con la preparazione delle omeomerie di Anassagora e dell’antropocentrismo sofista, vengono ricomposti da Platone, che con la Teoria delle Idee rivitalizza la tensione tra essere e divenire che si era sclerotizzata. Oppure. Il razionalismo continentale di Descartes e Leibniz da una parte e l’empirismo inglese di Locke e Berkeley dall’altra, con la preparazione dello storicismo di Vico e la gnoseologia di Hume, vengono sintetizzati da Kant, che col criticismo ricompone la stasi storica tra fautori del primato dell’intelletto e del primato della percezione…

                - La pianti ?!  E’ saccente, mi vergogno…

                - Ah, è saccente ?!  Però quando prendiamo per il culo me e Luchino, scartabellare roba vecchia va bene !… Guarda qua come chiudi… Se la nostra esistenza si svolgesse in una società in cui la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale non si ponesse neanche più come concepibile alternativa, una società che dell’alienazione industriale e delle schizofrenie di massa conservasse solamente puntuali citazioni nei manuali di storia, una società in cui la libertà e le aspirazioni individuali si armonizzassero naturalmente con le necessità del progresso collettivo, se insomma noi fossimo nati e cresciuti in una società ormai compiutamente comunista, scorgeremmo nel pensiero e nell’opera di Marx la contraddizione di cui fin qui si è discusso ?… Capito ?!  Un finale aperto !  Che classe, che umiltà !

                - Va bene, mi hai steso. Ti dico solo che ora quelle pagine mi verrebbe di  concluderle così: E che ne direste, invece, di un bel cinemino ?… Ti sei vendicata, ora ?

                E mi ha abbracciato forte, Elisa. Mi ha stampato un bacio con lo schiocco sulla mandibola fresca di lametta.

 

                Prima di salutarci, poi, mi ha detto ancora:

                - Per cambiare il mondo, Giovanni, magari ci possono essere altre strade. Molto meno romantiche della classica rivoluzione, e anche tanto più lente, sembrerebbe. Tipo dare una mano… Per esempio, da un paio di mesi mi sono ritagliata un po’ di tempo ogni tanto e ho cominciato a fare volontariato coi bambini tristi per dei guai seri. Perché non ci vieni pure tu ?  Ridere, sai far ridere… anche quando non vorresti !… No, scherzo… Però pensaci !… E poi, perché non ci riprovi con Bianca, che è sempre la meglio di quelle che ho conosciuto ?

                - ANCORA ?!  Adesso non-vo-glio-u-na-do-nna !… Hobbes e Cartesio, Spinoza, Kant e Nietzsche, tutti scapoli: e fe-li-ci !… Come predica la madre di Oscar: nessuna nuora, buona nuora !  Diglielo, a mamma !…

                 - Ho sbagliato io, – sospira Elisa – a resuscitare il tuo passato da filosofo.

                - Comunque per il volontariato, vedo. Amore dato gratis, né in cambio di niente né su richiesta… Se ne può ragionare… Adesso ciao !

                - Aspetta !  Sabato c’è una festa fichissima, la Festa degli Asteroidi… L’organizza Roberta, un’amica, un’altra lì della casa-assistenza… Ha detto a trenta persone, me compresa, di invitare alla festa ognuna uno, uno giusto, e però di non andare…

                - Non ho capito… La festa degli asteroidi ?!

                - Per via delle stelle cadenti… è periodo, no ?!… Dicevo: io invito te, ma io non ci vengo, ok ?!  E così faranno tutti gli altri. Così alla serata ci vanno trenta persone che non si conoscono affatto, però che sono tutte legate a un bel gruppo di amici. Massimo della sorpresa, e minimo rischio di trovarsi in mezzo a dei deficienti !  Non è un’idea ?

                - Sì. Lo è, sbagliata.

                - Dài !  Vacci !… Ti piace, e poi mi racconti.

                - Va bene. Andrò, forse… Ciao, adesso, vattene… E GRAZIE !

                - Ti voglio bene. Ci sentiamo… CIAO !

 

                Io poi a quella festa ci sono capitato, e è stato anche carino. Soprattutto per un incontro imprevedibile che potrebbe dare pure qualche sviluppo, ma non voglio dire niente adesso. Se sarà il caso, se mi andrà di rimettere le mani qui sopra, scriverò qualcosa quando sarò tornato. E comunque devo ancora fare tutto il lavoro sui collegamenti attivi, sui link verso altri siti. Per ora ho solo piazzato nel testo le parole con i caratteri diversi, questi, dove a cose fatte uno cliccherà sul cursore che diventa la manina e navigherà quanto gli pare. Sennò che portale è ?

 

                Adesso però sono abbastanza cotto.

Mai fatto un riassunto del genere di un pezzo così lungo della mia vita. Lungo e pieno di cose. E me ne sarò pure scordate… Comunque mi è piaciuto, montarlo su: mi sta piacendo. Vabbè.

               

Su una tv locale stanno dando un film di Gassman, credo perché oggi avrebbe fatto settantanove o ottant’anni, non sono sicuro. Non è uno di quelli famosissimi: Il profeta, di Risi. Lui è un impiegato che esce di testa e va su una montagnola vicino Roma con una pelle di pecora addosso, però poi la televisione lo trova e lo riporta indietro come attrazione da prima serata. E ci casca, ma è un po’ triste. Non so perché abbiano trasmesso proprio questo… boh ?!

                Io pure sono stato più pimpante altri momenti, ora mi sento un po’ svuotato. Tra un po’ chiudo tutto.

 

                Tra le altre filosofate che mi ha ricordato mia sorella c’è anche questa, che merita di sputtanarmi: l'essere, il non-essere esservi non potendo a limitarlo, definirlo, contraddistinguerlo in alcun modo, né è né non-é.

Deve trattarsi di un’altra volta che non avevo digerito proprio bene !

Comunque, no: sto in forma. Cavolo, fra tre giorni parto !  Vado a trovare zio Franco, a ripassarmi un po’ di lingua, a vedermele di persona, le Demoiselles di Picasso che Filippo e Elisa se la tirano tanto… Insomma, per la prima volta, dopo che praticamente me la sono girata tutta attraverso dozzine di film mandati a memoria, vado a New York !… YEAH… The Big Apple, The City That Never Sleeps !…

E non basta: ci faccio anche il compleanno, il nove settembre !  Infatti il viaggio è il regalo dei miei, che poi mi hanno già detto che se non comincio a fare le cose sul serio, al rientro, sudando davvero, è pure l’ultimo regalo che mi fanno.

Compleanno mio, il nove, e compleanno della sorellina il dieci, che ne totalizza trentuno. Per cui siamo rimasti d’accordo che ci sentiremo, per gli auguri, nella notte tra una data e l’altra. Anzi, meglio: ci telefoniamo precisamente quando qui a Roma è già passata mezzanotte, così è il dieci ed è il suo giorno, e a Manhattan è ancora la sera del mio. Geniale, no ?

 

                Praticamente vado dritto in bocca all’immenso animale, al capitalismo.

Forse è questo che un po’ mi sturba. Bianca mi ha consigliato il libro di Vandana Shiva sulle vacche sacre e le mucche pazze, lo devo ancora leggere ma sui risvolti di copertina ho già intravisto le nefandezze della scalata ai profitti: olio adulterato a Delhi per duemila malati di idropisia, un milione di tonnellate di soia da comprare per forza dalla Cargill e dalla Monsanto, l’eliminazione del divieto di esportare al Terzo Mondo la carne europea a rischio contagio… Bella merda !  Io non so proprio come farò a lavorare in qualcosa che seppure di striscio…

                Uno dice: il capitalismo però non è tutto questo mostro, sennò notizie così non le farebbe neanche circolare. Rispondo: sai che gliene frega al capitalismo del libretto di Shiva, oppure di me, economista disobbediente cazzone in fasce, che metto sul web quello che so e che penso ?  Di gente che ha capito come stanno le cose ce n’è, questo il sistema l’ha messo in conto tra i rischi trascurabili. Diverso sarebbe se la massa critica della conoscenza, del dissenso, venisse oltrepassata da un numero davvero grande di uomini e donne, di elettori, di consumatori. Ma perché succeda le persone dovrebbero potersi incontrare, o almeno parlare, molto di più di quanto non facciano ora. Però il tempo per parlarsi non c’è, non ce lo conquistiamo, siamo presi sempre da altro. I pochi che hanno qualcosa da dire, e rinunciano a diffuse comodità per dedicarcisi, il sistema neanche li vede. Oppure li osserva per un po’, e se diventano minimamente pericolosi se li compra. E se non ci riesce li ammazza.

                Mi sa che io non corro né un rischio né l’altro.

 

                E allora, se sul fuori non so come incidere, non perdo però il vizio di coltivarmi dentro, diciamo così, o al massimo nelle mie vicinanze. Che poi è pure egoismo semplice semplice.

                Ma, se ha ragione Vati, l’indiano che conobbi al Pantheon e che mi raccontò di Bhopal, dentro e fuori da un certo punto di vista non sono così incommensurabili. Tat tvam asi, ripete Vati l’induista: quello, tu, sei. Insomma: che l’essere, il tutto, la vita, gli altri, e tu, uomo, pensante, senziente, solo… siete la stessa cosa. O almeno lo diventerete. Bello: TAT TVAM ASI, l’ho messo anche come logo al cellulare.

                Il problema resta sempre quello: il tempo. Ce n’è, ce ne sarà abbastanza per questa compenetrazione ?  Freeman Dyson, e l’avrò già messo da qualche parte ma adesso non mi va di controllare, dice che se l’universo è chiuso, cosmologicamente parlando, durerà un numero di anni pari a dieci elevato alla undicesima potenza. Il che non è poco. Ma che se invece è aperto, ne durerà addirittura dieci elevato a dieci elevato alla settantaseiesima !  Fa ben sperare, allora.

 

                Però rimane sempre la paura.

Quella, sì, mi frega. La paura del buio, della notte, degli scarafaggi in cantina, di chiudere gli occhi, di stare male, di morire. Incontrollabile, ingiustificata, eppure realissima.

 

Come quella che ho provato ieri tornando a casa, quando ho incrociato per un istante lo sguardo di un perfetto sconosciuto, uno sguardo privo di qualsiasi emozione che non fosse la pura cattiveria.

L’uomo a cui è stato risucchiato l’ultimo atomo di amore, ho sentito, e al suo posto è stato iniettato odio fino a scoppiarne, quell’uomo è capace di qualunque abominio. Sino a far deflagrare con sé il mondo intero.

 

                Ho visto occhi così, che brutto !  E allora ho avuto bisogno dell’esatto contrario. Di quel qualsiasi amore che, dice Il grande Sertao, è già un po’ di salute, un riposo nella pazzia.

                E va bene anche l’affetto per sé, o almeno accettarsi. Ma prima ancora: raccontarsi, conoscersi, però davvero. Fare il punto, e poi riprendere a vivere.

Ecco di cosa ho scritto.

E continuerò: ci ritroviamo, ma sì, dopo l’America.

Perché lo so, ed è per questo che lo specchio mi rimanda da sempre uno sguardo irriducibilmente diverso da quello ignoto e orribile di ventiquattro ore fa, io lo so che i numeri non finiscono mai. Per quanti io ne pensi, e possa pronunciarne, e ne sappia sillabare di immensi. 

 

Millenovantacinquemiliardisessantamilioniquattrocentotrentasettemilaottantadue…

 

Più uno.

postato da paoloandreozzi alle ore 10:20 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconti


martedì, 04 novembre 2008

acheropita.sedici/1

Sedici.

 

 

                Martedì sette agosto, neanche un mese fa. E la vita va avanti.

Sì, era proprio il sette: l’ultimo giorno dell’estate…

…Come ?  Il sette agosto, l’ultimo giorno d’estate ?!

 

Certo, l’ultimo !  Mi spiego.

Il giorno più importante dell’estate, qual è ?  E’ ferragosto ?  Ma per piacere !  Ferragosto non è neanche festivo per un sacco di Paesi al mondo. Infatti è la ricorrenza dell’assunzione al cielo della Madonna e quindi conta come festa per il calendario cristiano, ma per gli altri no. Anzi, nemmeno per tutti i cristiani, solo per i cattolici. E ce ne accorgemmo quando da ragazzini si fece il primo giro in Europa con la tessera inter-rail e avevamo fatto bene i calcoli per non arrivare a Londra proprio il quindici agosto, col rischio di trovare tutto chiuso come a Roma. Perciò da Monaco di Baviera a Praga e da Praga a Amsterdam, salivamo agendina alla mano pure con la difficoltà di tenere a bada lo scorrere del tempo, soprattutto ad Amsterdam tra i paradisi dei coffee-shop e delle ragazze in vetrina.

Comunque a Londra ci arriviamo giusto il quattordici, qualcuno col muso per essersi dovuto fumare tutto di corsa e io, invece, soddisfatto per avere rispettato le tabelle. Il solito simpatico. Troviamo da dormire facile, ci sistemiamo, una notte buona per riprendersi e poi… E poi la mattina ci svegliamo in una città assolutamente in servizio, coi negozi e gli uffici apertissimi, gente che va a lavorare e a fare la spesa, e per di più piove e fa freddo che sembrava ottobre da noi !

Gli amici, per salvarmi da una specie di linciaggio, ho dovuto ricomprarmeli con un festone dal pomeriggio a notte fonda dove riuscimmo a imbucarci, dalle parti di Camden Town, grazie a una darklady conosciuta davanti alla capocciona granitica di Marx, all’Highgate Cemetery.

Philosophers have only interpreted the world. The point is to change it ! …Ovviamente quella tomba fu la prima cosa che ero andato a vedere, appena saputo del giorno in più guadagnato a Londra.

Niente ferragosto a saracinesche abbassate, insomma, perché là sono protestanti.

Per cui, e torno al discorso, se si sceglie un giorno principe di tutta la stagione, e se deve valere per chiunque, religioni e latitudini varie, l’unica è affidarsi alla geografia astronomica. Così, tutti d’accordo che quel giorno non possa che essere il solstizio d’estate, quando la luce nel nostro emisfero dura più che in tutto il resto dell’anno, e viceversa dall’altra parte del globo: eccolo, un giorno speciale.

Ma se il solstizio, cioè il ventidue giugno, abbiamo appena detto che è la data più importante dell’estate, che infatti tradizionalmente comincerebbe da lì… be’, non s’è mai visto che il giorno clou di un qualsiasi periodo se ne sta buttato all’inizio e poi uno se lo scorda. No: il cuore sta per forza al centro !  Quindi, e concludo, se il ventidue giugno dev’essere il centro dell’estate, allora, fatevi i conti, l’estate si deve far cominciare direttamente il sette maggio.

Così finirà il sette agosto, come volevasi dimostrare !

Quel martedì. Che stavo dal barbiere, popolare quanto il padre abruzzese di Lorenzo, ma su al quartiere Aurelio: l’unico aperto, fra l’altro. A farmi dare una bella sforbiciata alla testa. Attaccavo da là, come dicono succeda a chi vuole cambiare registro su tutto a causa di qualcosa che gli è andato storto, e alla fine il massimo che cambia è la riga dei capelli.

Ma io, niente riga. Mi sono quasi rasato a zero, che alla fine sembravo un marine.

 

Mentre aspetto il mio turno, tipico, leggo il Corriere dello Sport, sento la radio e mi gusto i lazzi tra pazienti e cerusico.

Che succedeva in quel periodo ?  Dunque, c’era Milingo il vescovo esorcista, che era riapparso dopo un periodo di autoanalisi e pentimento, addirittura in udienza dal Papa, e uno seduto lì vicino a me diceva d’averlo visto in tele durante una celebrazione stile gospel, che c’era pure Ruini, cardinale, e però batteva le mani irrimediabilmente fuori tempo. Al che un altro, con la crema ancora sul viso, fa:

- Quelli, fuori tempo ci stanno sempre !

Magari fosse !  Poi si parlava ancora dei fatti di Genova, al Gi Otto, e di come questo governo pare abbia compreso benissimo l’essenza del potere che regge l’Italia da sempre. Di nuovo quello schiumato:

- Il resoconto del ministro, ma ve lo ricordate ?… Una serie di dettagli insignificanti… e non dice una parola sul succo della questione, sui pestaggi, su quel ragazzo morto

- Sì… Uno sta appresso a tutti i particolari, ci prova… E così perde il quadro !… Per me lo fanno apposta !

“Chiacchiere da barbiere, però mica tanto” penso io. Che mi sciolgo e commento:

- Forse la tattica di chi governa è proprio quella di fare incazzare i pochi che restano svegli, così per la fretta di rispondere in un modo qualsiasi rispondiamo male. E per il resto, non ci si accorge che le cose che contano sono già fatte: via il reato sul falso in bilancio, via le tasse di successione…

- Giusto !  Governare qui è facilissimo: poche decisioni sotto sotto, un pericolo pubblico da sventolare ogni tanto, e il valzer delle poltrone per perdere il resto del tempo !…

I luoghi comuni piovevano, come di lì a poco i miei riccioli fatali.

- Insomma, niente di nuovo sotto il sole…

- E tutto il mondo è paese…

- Ma no, – provo a riequilibrare – guardate che era peggio prima…

- Prima quando ?

- Prima parecchio. Per esempio quando Caracalla, l’imperatore, invitava gli amici per battaglia navale, davanti a casa sua a Anzio. Però con le triremi vere. E morivano cinquemila schiavi a partita !  Adesso non accadrebbe più…

- Cinquemila morti per una sfida ?  Ai giorni nostri ?… Chissà, sotto un’altra forma… 

- E dunque, – mi affronta il barbiere che ogni tanto si scopre pure lui – sei giovane e perciò il passato ti fa tutto schifo ?  Ma la solidarietà di una volta, le famiglie, la società dove si conoscevano tutti ?…

Mi ribello:

- Capirai, scusa !… Ho giusto finito un libro di Banfield che fa un quadretto sulla vita nei paesini del nostro sud negli anni Cinquanta: un inferno !  E invece Stinchcombe

                - Ah, abbiamo capito va’ !… Vieni, professorino, che ti sistemo ‘sto taglio !…

 

                E credo che abbiate afferrato pure voi: una mattinata un po’ così.

Il pomeriggio poi mi sono visto con Elisa, che era tornata domenica da una settimana tonda di sgroppata in bicicletta, e nient’altro che bici, sugli itinerari degli emancipati limburghesi: cioè, nel meridione d’Olanda e dintorni. C’era stata con Filippo e un’altra coppia di amici ciclòmani… ma non Miccolò l’infame !… E per salutarci e parlottare seri, e anche no, l’avevo invitata a incrociarmi non lontano dal luogo del delitto, a proposito, dove il rimorso ti riconduce sempre: tra i resti e i parchi dell’Appia.

Stavamo passeggiando a rientrare verso Roma, tra la balaustra lunga del Circo di Massenzio, la serie profumata di brace e ragù delle trattorie nostrane e là, a mezz’aria, la malinconia allegra dei Buena Vista.

- …Con questa testa non ti si può vedere proprio… Il gemello brutto di John Turturro !…

- Gentile !

- Be’, che vuoi ?!… E invece te, non mi trovi un po’ dimagrita ?… Dài, ci siamo fatti quattrocentoventi chilometri in sei giorni !… Senti qua che marmo !…

- E piàntala !… Sì sì, stai in forma… Maniaca !…

- La prossima volta vieni pure tu !  Per chi pedala, là è stupendo: le strade la segnaletica gli ostelli le officine…

- Vabbè… un altr’anno, eh ?… Se intanto non mi prendono alla NASA !…

- Ancora ?!  Con la storia dell’astronauta ?…

- Senti, è colpa tua !… E dell’atlante che mi facevi vedere da piccolo !… E poi che ci vuole ?  Come altezza ci sto, l’inglese lo conosco e adesso mi vado a fare un’altra full immersion a New York… Dopo, quando passo la selezione, faccio quattro annetti di addestramento a Houston, che tanto qua combino solo casini !…

- Piàntala tu, adesso, col lamento !… E comunque serve una laurea scientifica, e tu…

- …Io in matematica e fisica sono un genio !

- …Tu sei un economista, stranetto ma pure bravo !  E hai dato così bene l’esame al master che uno dei docenti ti vorrebbe con sé, me l’ha detto papà…

 

Intanto passavamo davanti all’entrata delle catacombe di san Sebastiano. Ed Elisa dice:

- Ti ricordi qui, un sacco di anni fa ?  Che siamo scesi giù con papà e mamma e tu avevi paura che in mezzo ai cunicoli si potessero perdere, e li tenevi tutti e due per mano ?

- No: non perdere… Avevo paura che si separassero !… Insomma che uscissero fuori lui da una parte e lei dall’altra, e ti saluto famigliola…

- Vero, mi ricordo. Tu sempre rilassato coi rapporti di coppia, eh ?!… Ma mi dici che è successo con Adele ?

Io vado per sommi capi, che qui è pleonastico, e di nuovo aggiungo:

- Ma tu e Filippo, che siete della generazione mia, come cavolo fate a essere così giusti insieme ?

- Boh… non lo so. Sarà che noi architetti, invece, il gusto di disegnare e veder crescere le cose è tanto forte… E se poi una casa dovesse pure crollare il nostro mestiere è proprio quello di tirarne su un’altra, migliore. Per cui si va avanti così, senza tante apprensioni.

- Bella, questa !…

- Sì, ma non solo. Bisogna pure incontrarsi, un po’ di culo ci vuole, piacersi a pelle e poi darsi il tempo di volersi bene… Filippo, lo conosci, non è uno perfetto… Neanch’io, lo so, ma lui a paranoia mi frega… Pensa, adesso che stavamo fuori si è fatto comprare i giornali dal padre secondo la sequenza esatta di ogni settimana: Gazzetta, Foglio, Corsera, Repubblica, Messaggero, Manifesto e Unità… Così al ritorno a Roma si leggeva gli articoli, anche quelli di cronaca, con calma !…

- Paranoica pure te, però, che metti in ordine di importanza gli amici in base ai tempi medi di risposta ai tuoi sms !  Dài, credi che non lo so ?!…

- Ma infatti: anch’io. Però insieme ci divertiamo, anche se io sono più schizzata e lui vive più unplugged, come dice Aniceto, il collega che è venuto con noi…      

                - Aniceto ?…

                - Sì, gliel’abbiamo chiesto pure noi… Dice che il padre è uno originale !… Comunque viene da anikétos, significa invincibile… e invece lui, pensa, è uno tranquillissimo…

               

                Passa un vecchio furgone brontolando sul pavé, non ci prende per un pelo, e noi respiriamo una bella busta di scarico al diesel.

                - …Vaffanculo !… E ancora vanno in giro ‘sti catafalchi !

                - Lo vedi che è meglio l’Olanda ?… Comunque, ci siamo divertiti… Filippo, lo dovevi vedere, in bici di fronte al Mare del Nord… Contento come un bambino che scendeva di corsa le scalette fino alla sabbia, e poi saltava con le braccia aperte come un gabbiano, e mi chiamava, e diceva “venite è bellissimo !”… O quando salivamo verso Marken e la ciclabile era una fettuccia ondulata, col mare di qua e di là, l’orizzonte aperto a trecentosessanta gradi, le nuvolette di Magritte… sembrava di stare dentro quelle palle di vetro che le rigiri e ci nevica !… Lui mi si affianca pedalando, non dice niente… solo, stacca una mano dal manubrio e mi abbraccia qui, dietro alla vita… e mi indica con la punta del naso tutta la scena… Io volavo, e ero sicura !…

 

Elisa, penso adesso, a parlarmi così doveva essere combattuta tra il dispiacere nel vedermi scoglionato per le mie vicende, e la gioia di darmi un’altra angolazione dell’oggetto amore. Ma poi risolveva di lasciare perdere la commiserazione sterile, e che era più utile farmi caso mai fremere di invidia e però invogliarmi a sperare sempre. Giusto, ma non gliela davo vinta.

- Che bei quadretti teneri !… Peccato che invece il sesso sfrenato, per voi ormai sia solo un ricordo… no ?

- Giudica un po’ te !… La prima cosa che chiedeva Filippo alla réception degli alberghi era one big bed, really, please e mai due twins a una piazza… E poi Aniceto e la moglie li salutavamo al massimo alle undici di sera, perché la mattina colazione presto e in marcia, va bene, ma un po’ di coccole notturne per noi, ce le vuoi concedere ?… 

Poi ha detto ancora qualcosa come che io non dovevo pensare che lei crede alle favole. Che lo sa che il rapporto di coppia si porta appresso anche tante negatività, il possesso, le pretese, l’esclusiva, da cui altri bei sentimenti sono immuni. Che un sacco di gente che sente di non sapere fare nient’altro allora si butta sull’amore, quasi fosse un talento, tipo Emily Watson nelle Onde del destino. Che al limite, ma solo dopo tot anni, due che si amano ormai più di amicizia e solidarietà che di passione, la passione e basta possono anche andarsela a trovare da qualche altra parte, ovviamente senza starselo a raccontare, un po’ come avessero fatto un tacito accordo… ma comunque questa formula conviene sempre di più all’uomo che alla donna… E che alla fine tutto ciò che ha capito dalla propria esperienza è che stare insieme a uno è veramente una faccenda day by day: “tu lo saprai solo al termine di quel giorno, di quell’anno o di tutta una vita, che ci sei stato, e ci sei stato bene.”

 

                A quel punto, mentre la ascoltavo con un certo orgoglio per essere suo fratello… ma non glielo direi mai, e anzi spero che seppure Elisa dovesse leggere questa roba si sia già stufata prima di arrivare qui… insomma, proprio quando stavamo alla confluenza tra Appia e Ardeatina, alla chiesa del Domine quo vadis, capita che a una ventina di metri da noi vediamo Paolo, il professore-narratore. Ma non sta da solo. E quella lì non è la sua donna.

                Lo so perché me l’aveva presentata quella volta, la sua ragazza, e me la ricordo diversa, e poi lo deduco da altri due elementi. Primo, che lui mi sbircia da lontano e il massimo che mi rivolge è un occhietto sorridente di nascosto. E secondo, che tutti e due loro, mano nella mano, che vengono da chissà dove e chissà dove vanno, stanno bene attenti a non farsi inquadrare dal turista-pellegrino a telecamera spianata.

Ora, dato che da quello che so di lui, il prof non avrebbe problemi a giustificarsi in qualsiasi sede per quella passeggiata extra, e lo illustro tra un attimo, un comportamento invece così sfuggente si dovrà per forza a una accortezza a cura specialmente della dama. Per cui, rispettando le consegne implicite, qui non dirò altro che più ancora della carezzevole presenza di Elisa, la semplice visione di quella tipa, un misto tra la Thurman e Milla Jovovich, ha disteso muscoli e nervi sulla mia faccia fino a regalarmi un sorriso largo e compiaciuto. Al quale lei involontariamente rispose, slanciando in alto una mano con una leggerezza insostenibile.

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mercoledì, 29 ottobre 2008

acheropita.quindici/2

                - …Che problema ? – l’avevo interrotta io, a quel punto. E lei:

                - Un minuto fa, quando tu dicevi non so che della guerra, mi ha chiamato mia madre sul cellulare. Nonno sta male, molto. Devo tornare, mi dispiace.

Se Isadora telefonava ad Adele in quel modo, allora le cose s’erano messe brutte. Per cui non c’è stato un secondo di dubbio: niente Romantischestrasse, niente Berlino né libri lasciati su panchine e metro, abbiamo chiuso gli zaini, pagato il conto e siamo rimontati in macchina.

 

Dopo metà del tragitto di rientro ho recuperato completamente, così sono riuscito a dare il cambio al volante a Adele, sempre più stanca, triste e silenziosa. Sentivamo la radio a volume basso. Io gli ho domandato soltanto se lo sapeva, che il nonno stava in quel modo, e mi ha risposto che più o meno sì.

- Allora forse non era il caso di partire – dico io.

- Se restavo non potevo comunque fare niente, se non soffrire a guardarlo e far soffrire lui per me che lo guardavo. La pena tanto arriva, uno lo sa e l’affronterà… Non serve prendersela prima del tempo, toglie solo la forza.

- Questo lo dice lui ?

- Questo diceva, mio nonno ! 

 

                Però su una cosa si era sbagliata. Quando siamo arrivati, Francesco non aveva smesso di parlare, anche se debolmente.

Non era ancora l’alba. Siamo saliti su, in quella grande casa diventata familiare, pure se le volte che c’ero stato non è che fossero tante, però ci sono dei posti che ti basta poco, no ?… Come certe persone, che poi quasi non ti figuri che ci sia stato un tempo in cui eravate del tutto estranei. Insomma saliamo… anzi, io prima chiedo ad Adele se pensa che non c’entri, se preferisce che vada via e ci sentiamo più tardi, ma lei dice “no, se vuoi vieni” …E ci apre Isadora, che abbraccia subito la figlia, a lungo, e dopo stringe anche me, e forse in cambio del fatto che lì ci sono anch’io mi dice una cosa come “scusami se vi ho fatto tornare così di corsa, ma…” Io la bacio su una guancia, grato per quel suo modo unico di essere cortese perfino allora.

Mentre attraversiamo la sala e il corridoio Adele cammina davanti e sua madre mi riassume la situazione, che Francesco è un anno che va e viene per la prostata, che dopo l’operazione la terapia l’ha tanto esaurito e che due giorni fa il cuore ha dato uno strattone, il secondo dopo una brutta botta già in primavera. Ma che stavolta, dicono i pochissimi che sanno, difficile che ce la possa fare. Lui per primo lo accetta. E si è stufato di rappezzare ciò che ormai è andato: se stesso.

- …Allora abbiamo fatto un patto, io e lui: se vuole mollare e sia quel che sia, che almeno il suo destino si compia qui a casa e non all’ospedale, e che io avverta Adele. Ha accettato, e da ieri sera è nel suo letto, là in camera. 

Io là però resto sulla porta, nella penombra abitata da figure che non conosco. Adele è entrata, e subito dopo Isadora. Una specie di pudore mi trattiene dall’osservare meglio la sagoma delle due donne che si chinano sul corpo disteso, e riempio quell’inutile sguardo circolare col poco che so dell’uomo che forse sta per spegnersi: la sua filosofia da autodidatta, l’anticonformismo simpatico, l’intervista con la nipote… la prima cosa di cui mi parlò Adele che non fosse una materia del nostro corso… Poi la vedo che si raddrizza e viene verso di me, mi supera ed esce fuori.

La raggiungo in cucina. Vorrei stringerla, ma mi resiste coi gesti sfuggenti di chi non è abituato alla pietà. Dopo parla lei per prima e io qui, per quella stessa discrezione, riporto il meno.

- E’ arrabbiato - sbotta Adele – …Non si arrabbia mai, e invece adesso sì… Ha detto che se lo può permettere, che è una vita che scivola via dai colpi che arrivano… che si tira dalla galleria che gli frana alle spalle, verso l’uscita… Ha capito che l’uscita non c’è… Poi mi ha chiesto scusa per queste parole, ma” tanto sono uguale a lui”, ha detto, “e guarderò dentro la luce fino alla fine… Perché luce la faccio io da qui” …E’ incazzato coi bambini, che non sanno niente e hanno tutto, e lui invece ormai sa e non ha più niente…

Tremava appena, lei, parlando così.

- …E’ giusto che si arrabbi, almeno un attimo… E’ inutile che mia madre lo calmi… E’ giusto almeno ora, basta che uno non si avveleni la vita… ma la morte… Poi si è ripreso, ha detto che era sereno… che l’aveva letto, una volta, che non muore nessuno, “che tutti restano incantati”… Dopo non mi vedeva più bene… sono uscita…

E mi pareva che neanche Adele mi vedesse, che parlasse più a se stessa che altro. Stavo lì, comunque, servisse o no. Ha bevuto l’acqua che le ho versato, mi ha accarezzato ed è tornata di là.

 

                Il funerale è stato una via di mezzo.

Niente chiesa e funzione, però la benedizione fatta da un vecchio sacerdote che abita nell’altra scala e li conosce, almeno sì. Un sacerdote non so che giudice in Vaticano. Ci tenevano uno zio di Adele e i suoi, quelli del battesimo del quindici, che si fa lo stesso ma ovviamente senza la festa né i vestiti della. Io al funerale, cioè in pratica all’ultimo saluto e al trasporto, c’ero. E con me c’era Oscar con Crutchie, e degli amici di Adele c’erano Rita e Marcello, ignara coppia dai giorni contati, e ancora qualcun altro. E suo padre, mai visto prima, l’ingegnere bell’uomo.

Sotto casa, per darle un abbraccio, della mia gente mia passati pure Filippo e Miccolò con Laima…

 

Fine del pudore e fuori tutto, adesso, che si parla di me.

…Laima.

 

                Va bene… io mo’ sono uno stronzo. Tanto stronzo che per raccontare questa cosa mi do del tu. E insisto: Giovanni, sei uno stronzo.

                Hai messo insieme, con Adele dico, da maggio a luglio una storia ricca di emozioni e di complicità, e magari pure anticipatrice di significati… che se per caso ti sfugge era proprio quello di cui prima ti lamentavi un giorno sì e uno no… Sei riuscito a piacere a una ragazza sveglia e tenera, e pure sexy, che addirittura legava bene coi tre scemi, che di solito se uno non c’è cresciuto insieme li sopporta una sera e poi ciao… Hai fatto e hai detto, e alla fine butti tutto per una cazzata ?!

                Non ci provare, a giustificarti. Non ci provare con me ! 

                L’avevi sentita lontana, Adele, l’avevi sentita troppo forte e autosufficiente proprio nel momento della difficoltà, piccolo Giovanni ?… Non ti erano piaciuti i discorsi che faceva sull’amore, ti sembrava meno rapita del dovuto a ripetere l’aforisma tronfio di quel rompipalle di Luchino, L’amore è la ricchezza dei poveri, di spirito ?… Ti rodeva il culo che non ti dicesse continuamente che tu eri il primo che l’aveva davvero coinvolta, e anzi che parlasse così poco di sé ?…

                Sono questi i tuoi motivi ?

No, Giovanni. Queste sono puttanate.

La verità è un’altra.

La verità è che Laima ti tira da quando l’hai incrociata da tua zia, e che ci hai fatto il fico con gli amici che era un po’ che non ti si vedeva con una, per di più grandicella, diversa e tanto fuori dal giro. La verità è che quando è finita con lei non hai capito come mai non si sia affatto strappata i capelli a perderti di vista, te così ironico e sensuale insieme, e sportivo, romano e internazionalista. La verità è che non ti è mai andato giù che proprio uno dei tuoi compari, il più carino e classicamente meno profondo, le facesse da cavaliere e chissà, forse lei gli ha fatto da cavallo, e comunque a incrociarli, Miccolò e Laima, sembravano sempre bene assortiti…

Così, quando una settimana dopo le condoglianze hai saputo che lei stava per tornare nella sua Lituania, non hai resistito all’idea di essere tu, tu per ultimo, il suo timbro di laba kelion, buon viaggio. E di ristabilire un sano diritto di territorialità.

Una scusa qualsiasi, la foto scattata in una delle passeggiate primaverili, da restituire con dedica, più un gelato al centro in onore dei vecchi tempi, e Laima lucida come al solito che dopo quattro leccate ti dice:

- Non ci sono storie ma incontri, ognuno a sé: comincia, ci nutre, finisce.

Sembra buttato lì apposta per scioglierti gli ultimi dubbi, o di fatto tu vuoi leggerla in quel modo…

La tua abilità nel chiacchierare di nulla guidando verso la sera, e precisamente verso quel posticino sull’Appia Antica che come sai potrà esaudire un eventuale desiderio di confidenza appartata…

Il suo respiro, di nuovo vicino e sempre per te così ubriacante, interrotto appena dal passaggio rumoroso di un grosso cane al di là della siepe, e poi ancora più vicino alle tue labbra…  

 

Liscio come l’olio.

Se non fosse che la mappa di Roma, quella sera, a vederla dall’alto con attenzione, mostrava linee diversamente colorate che si allungavano pareva a casaccio, ma invece convergevano tutte sullo stesso quadratino, quasi nel medesimo tempo.

 

                Una, la linea rossa, era quella di Laima e tua. Che aveva con cura aggirato le zone a rischio di sorprese sconvenienti scegliendo, dopo alcuni rimbalzi, l’assetto rettilineo dell’antica via consolare, morbida di ombre dell’antichità e scomoda di basolato sconnesso. Ma questo, del basolato, dalla mappa non si capisce.

                E un’altra era blu, la linea di Adele. Che in uno dei suoi pomeriggi di lettura aveva ripreso in mano il romanzo del vostro insegnante, Paolo, e voleva svagarsi un po’ giocando a seguirne alcuni tracciati topografici in scooter, e testo sottobraccio. Per cui quella linea girava e rigirava tra rioni e quartieri, e alla fine, insospettabilmente, doppiava il percorso della maratona dei Giochi Olimpici del sessanta nei suoi ultimi chilometri, sull’Appia…    

                Però, Giovanni, la fortuna cercava di sorriderti. Perché la tua linea rossa riprendeva la marcia, dopo i previsti piaceri, proprio un istante prima che la linea blu ci si distendesse affianco.

C’è stato solo un attimo di panico, in effetti, quando svoltando a sinistra a un incrocio che ti lasciava alle spalle la dolce Appia Antica, nel retrovisore scoprivi il profilo a due ruote e caschetto di Adele, che proprio allora imboccava la strada che avevi appena lasciato. Hai accelerato i battiti cardiaci, allora, e i giri del motore. Hai mollato con gesto automatico il ginocchio di Laima, ti sei toccato la guancia accaldata e via, persuaso che Adele non poteva vedervi. E avevi ragione.

 

                Ma c’era una terza linea, a muoversi sulla mappa di Roma, la stessa sera. La linea gialla. Che si srotolava da un parcheggio di scambio, con la lentezza di una pedalata leggera.

Una linea che si era formata, prima che sulla carta, nella testa di uno che voleva chiudere quel lunedì assolato con la brezza fresca tra i capelli, e che aveva caricato in macchina mountain bike e amico cane. E che invece di accontentarsi della solita ciclabile vicino casa, tra Ponte Milvio e Castel Giubileo, si spingeva sull’anello nobile e più impegnativo dei quadranti archeologici, forse perché già sentiva la nostalgia di una donna prossima alla partenza, e desiderava allora il conforto della Storia. E’ quella linea che si è intrecciata alla tua, ancora ferma negli indugi della passione, e tu non te ne sei accorto. Era la linea di Miccolò. 

                Miccolò ha richiamato il cane, Ettore, che bagnava da un po’ un cespuglio paravento a un frammento amoroso, Ettore ha sbuffato, Miccolò si è fatto sotto, ha guardato non volendo, ha visto.

E’ saltato sulla sella, poi, ed è andato via lungo la sua linea gialla.

               

Tu e Laima, dopo un quarto d’ora, tornavate a spostarvi sulla piantina della città. Lei, con la tranquillità dell’equidistanza dalle grandi prove che la vita le ha già somministrato, e tu pensando che ci sarebbe stato tempo a sufficienza, e bello e ricco, tra te e Adele, affinché riuscissi a perdonarti da solo quella caduta di stile. Ma avevi torto. 

 

                Giovanni… anzi, basta col tu !

Io sono uno stronzo. E com’è giusto che sia ho anche degli amici stronzi. Infatti a causa di uno di loro, di quel tempo non ce n’è stato più molto, e tanto meno bello o ricco. Prevedibile.

Il giorno dopo Miccolò mi ha chiamato con l‘idea, ora posso dirlo con certezza, che giusto l’altro ieri mi ha spiegato tutto Lorenzo che sta cercando di ricucire tra noialtri vecchi, ma chissà… mi ha chiamato, Miccolò, con l’intenzione di darmi una possibilità, insomma per vedere se glielo dicevo io della strusciata clandestina, e magari chiudere lì con uno scazzo feroce tra compagni. Ma io niente. E lui pure. Allora, con in mente una lista di pseudogiustificazioni all’altezza della mia di prima, ha preso Adele davanti a una birra in piazza e ci si è fatto una bella chiacchierata del più e del meno. E non ha detto niente di preciso, è una bestia ma non fino a questo punto, però a forza di sottrazioni, allusioni e ghignetti a partire dalla banale ammissione che Laima gli mancherà, a lui e agli altri, ha sollevato Adele oltre la soglia critica di nausea che lei aveva già raggiunto per conto suo.

 Ha capito, non ha capito il fatto specifico, Adele, non lo so: ma credo di sì, abbastanza. E di sicuro ha realizzato che di subtrentenni, forse anche subsviluppati emotivamente, si era rotta le palle. E una così, quando realizza agisce. Olé.

 

Per cui eccoci a fine mese, alla famosa serata del colpo di scena a casa di Rita che doveva partire con Marcello e che invece, avendolo colto in flagrante e recidivo tradimento, lo sfancula e va in Croazia con l’amica sua bella.

Come sono andate le cose l’ho già detto: la comitiva affacciata sul viale, la macchinina di Manuela che scappa via con Marcello, la stima di tutti per l’intelligenza e la forza di Rita.

C’è però una breve appendice, che riguarda solo me e Adele.

 

                Sostiamo ancora un po’ nell’androne stile patrizio, noi due, sul bordo del giardino a respirarci quell’inizio di notte tiepida. Gli altri sono andati, tra ciaociao e haicapitocheroba, mentre io cerco rimedio al disagio residuo, e perdo tempo a riconoscere per l’ennesima volta poche costellazioni celebri: i due Carri, la doppia vu di Cassiopea, la Croce del Nord, che poi è il Cigno… Deneb, la stella più brillante, la coda del cigno, che si vede benissimo… E mi viene in mente che è pure la più lontana di quelle visibili a occhio nudo, mi pare millecinquecento anni luce. Vuol dire che il luccichìo di quest’attimo è partito da lassù quando qua era appena crollato l’Impero Romano d’Occidente !… Più giù c’è la cintura di Orione, e là intorno la sfarinata della Via Lattea, che però s’intuisce soltanto, non come fuori città dove il disco della galassia il cielo pulito lo taglia proprio come una diagonale e lo spettacolo ti toglie il fiato…

- Secondo Gandhi – dice all’improvviso Adele – qualsiasi cosa tu abbia della quale non hai realmente bisogno è un furto, anche se non l’hai davvero rubata.

Io scendo di corsa sulla Terra, respiro e commento:

- Sono perfettamente d’accordo, col Mahatma e con te…

- Lo spero. Perché alla fine io credo di non avere realmente bisogno dell’amore, da parte tua o di un altro uomo. E non voglio considerarmi una ladra. Per cui non voglio averlo, il tuo amore. Che credo ti costi pure qualche rinuncia, o qualche compromesso.

 

Questo dialogo, con quel che segue, l’avete già gustato.

Mancava qualcosa, però: poche parole che nemmeno sono sicuro d’aver pronunciato allora, su quel muretto. E che forse non avrebbero cambiato la situazione, a dirle davvero. Ma le scrivo adesso, perché ora sento, ora che ho scritto tutto quello che mi è successo quest’anno, sento che se c’è una ragione per cui questo diario portale soliloquio lamento masturbazione esiste, è provare a riempire dei buchi.

Sì. La mia vita, per quello che posso osservare, non si stende uniformemente sulla superficie del tempo, o forse lo fa un istante dopo l’altro ma poi, subito, è come se si rapprendesse in grosse gocce, lasciando così all’asciutto tante isolette, quasi fatte di realtà impermeabile alla vita stessa. La mia memoria naturale, automatica, diciamo così, non sa colmare quei cerchi, quelle figure vuote, perché abita nelle gocce e lì lavora. Ma c’è un’altra memoria che ci può riuscire: quella della volontà. Di collegare, di comprendere, di cercare una forma alle parti e al tutto. Al limite, la volontà di inventarselo, il disegno, riscrivendo la vita.  

Per cui, se non vi dispiace, è per questo tentativo sbilenco che aggiungo qui la battuta mancante.

 

Io allora risposi:

- Scusami Adele, scusa la mia inadeguatezza. Ho tutti i difetti del giovane maschio viziato che sono, e nonostante i miei difetti hai voluto condividere un po’ della tua strada con me. Grazie. E soprattutto scusami perché non ho saputo aiutarti a vincere la tua paura. Hai ancora la stessa paura di quando ti ho conosciuto, la paura di tanti nati in questa fetta di mondo: paura di progettare. Già. Lo sai perché la Sagra e tanta musica importante e difficile, la gente non ci si mette a sentirla ?  E perché invece la stessa gente magari si gode musica ancora più strana, ma come colonna sonora di un film ?  Perché nel film è la trama che regge la musica, ci fa da ponte, a noi che lo attraversiamo dai titoli al finale. Ma senza film, ad ascoltare musica pura, nuova, per non annoiarci dovremmo gettarlo dentro di noi, quel ponte, senza altri materiali che il nostro spirito costruttore. Ma, appunto, chi è che ha voglia di costruire ?  E la paura di costruire, di progettare e innalzare, in fondo non è che la paura di soffrire, di soffrire per il crollo eventuale. Non sopporti l’idea del fallimento di ciò che può fallire, e allora insegui il sogno di quel che non fallirà mai, della perfezione. E nel frattempo però ti allontani, ti allontani da ogni parete che mostra la prima crepa. Va bene, Adele, se però ti piace il deserto. E io un antidoto al deserto non ce l’ho, devo ancora capire tanto di me, figùrati. Però queste parole, forse, e le altre che metterò in fila e in rete, anche se non serviranno più per la tua vetrina dei talenti, saranno proprio la mia personale pista per non perdermi tra le dune e tra i miraggi. E poi io ti auguro tutto: la fortuna e il merito, e la comprensione dell’essere. Ma allora, se è questo che vuoi, contemplerai con uguale coscienza la parola e il silenzio, il sopruso e l'equità, la morte e la vita… La fortuna e il merito, ti auguro, Adele, e una piccola pena: la nostalgia, di un amore possibile.

  

Lei non replicò a tutto questo, che io non le diedi modo di udire, ma solo dal mio tacere imbarazzato prima di andarsene dedusse, come già sapete: 

- Guarda che è ok, Giovanni… Non è per quella ragazza… Però è così che la penso, ormai !… In bocca al lupo per tutto, e può essere che ci rivediamo. Tra un po’.

 

                Fine così.

 

                Mio padre mi sgama quasi sempre, quando c’è qualcosa che non va. E azzecca a volo il motivo per cui mi girano. Forse si butta solo a indovinare, ma comunque.

Perciò un paio di giorni dopo, il primo minuto che ha avuto per stare con me a quattr’occhi mi ha detto soltanto: 

                - Stai a terra, eh ?… Ma, questa Adele, non è che ci si può parlare ?

- No, guarda papà (riuscendo pure a sorriderci) …che poi non ti basta un mese per riprenderti !

 

                In Grecia ci andrò da solo, va bene.

                Un anno o l’altro.

Forse.

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mercoledì, 22 ottobre 2008

acheropita.quindici/1

Quindici.

 

 

                Adesso cerco intanto di scriverlo come l’ho vissuto. E dopo passiamo alle spiegazioni, o almeno ci si prova. Va bene ?

 

                - Che ore sono ? – domando a uno che mi sta seduto affianco – …con precisione, per favore.

Lui tira fuori da un taschino del panciotto una padellina dorata con su incise le iniziali, apre il coperchietto, studia la posizione delle due assicelle tra i numeri floreali sul quadrante avorio, richiude rumorosamente l’orologio, lo nasconde di nuovo nel taschino teso, e infine mi risponde con un sorriso furbo:

                - Mancano otto minuti alle venti. E ho il presentimento che questo ventotto maggio millenovecentotredici non sarà un mercoledì come tutti gli altri !

                Otto alle venti. Perciò è quasi mezz’ora che ho preso posto qui in platea. Prima ho salutato qualcuno di fuori, nel foyer che dà su avenue Montaigne e dal quale s’intravedono i Campi Elisi che intitolano questo bellissimo teatro. Ho incrociato molta della Parigi che conta in certi ambienti: cilindri e baschi, seducenti acconciature e pelate ingenerose, spalle lasciate intravedere e mantelli accuratamente sciattati. Ho raggiunto la mia poltroncina, ho appoggiato il programma sul sedile, e da quel momento mi guardo intorno. Esattamente come chiunque non sia preso da discreta o sguaiata conversazione. E anzi: mi guardo intorno come tutti.

L’orchestra si è da poco sistemata nella sua buca, che sembra più piccola del solito, forse perché è affollata di tantissimi archi, primi e secondi violini, viole, violoncelli e contrabbassi, e poi ottavini, flauti, oboi, corni, clarinetti, fagotti, trombe, tromboni e tube, e timpani e grancasse e tamburelli e piatti e cimbali, e uno strumento appoggiato tra le percussioni, un collo tozzo di legno zigrinato che non ho mai visto prima. Il giovane uomo con l’orologio mi spiega che è il guiro:

- …Un idiofono a raschiamento – dice, – sudamericano come le maracas e la cocaina.

                Tra le facce che riesco a fissare per pochi secondi, prima che si voltino anche loro come fari in azione, come la mia stessa testa, penso di aver riconosciuto Debussy, e anche Picasso per mano alla sua musa del giorno. E in due palchetti contrapposti, Bertrand Russell da una parte e il vecchio Saint-Saens dall’altra.

                Dietro di me, appena due file, distinguo nel brusio generale le parole di un uomo con gli occhi sporgenti e i baffi neri, che ammonisce amabilmente l’interlocutore.

                - …E guàrdati soprattutto dai sette vizi capitali !  Da quelli veri, però: intelligenza, curiosità, memoria, immaginazione, umorismo, lealtà e coraggio… Che gli altri, i peccati classici, ormai non fanno più paura a nessuno !

                E quello che gli sta davanti annuisce rispondendo di averla già letta, la boutade, in una delle sue celebri massime. Ma il primo ribatte secco che è impossibile, perché questo non l’ha ancora scritto e non crede che lo farà mai.

                A quel punto il mio vicino, che non sapevo interessato anche lui allo scambio, interviene:

                - Al signor Proust l’adulazione non serve. Serve una preda, invece !  Che lo segua nelle sue trame credendole un’innocua passeggiata, e che alla fine però scopra di essere arrivato al centro di un labirinto… E non saprà più uscirne da sé, la vittima, e non potrà che accettare l’inconfutabilità delle sue tesi… Non è vero, Marcel ?… Ma ciò l’avrà tanto spiazzato e indispettito che tenterà lo stesso di smentire l’assunto, andando così incontro all’inevitabile morte dialettica !

                - Allora, Cocteau, io scriverei per uccidere ?!

                L’adulatore è ormai ignorato.

- No, amico. Non è il tuo testo che uccide: è l’obiettivo dilemma !  Sta lì, presente ovunque… Tu lo mostri soltanto.

                Poi io riprendo a guardare ancora altrove, pure per non passare da impiccione. Mi cade l’occhio sul programma, identico al mio, che una signora in equilibrio sul suo schienale mi sventola quasi sotto il naso, insieme a uno spericolato décolleté. Leggo di sfuggita: le Cortège du Sage… l’Evocation des Ancetres… Poi la donna fa a una ragazza:

                - La prima per il pubblico è domani… Sai che significa che siamo riuscite a essere qui stasera, alla prova generale… con gli artisti ?!…

                - Sì, zia !… Che il tuo amico, il signor prefetto, è proprio un tesoro !… L’ho già ringraziato …ma se credi lo farò ancora !

                Lascio zia e nipotina nel loro brodo malizioso, e passo oltre. Vedo nel transito centrale Jean Hugo, nipote, e di fronte a lui la fidanzata Valerie con un’aria di sfida che le solleva il mento, e poi due giovanotti che ammiccano ammirandola alla luce del grande lampadario posto esattamente sopra la sua testa nera, solo molto più in alto. E in un bordo a precipizio sul boccascena, scorgo appena il profilo d’albatro di Igor Stravinskij.

Ma ecco che la luminosità comincia a scemare. Proprio come il coro confuso delle voci, che lascia il posto al rumore dei corpi che si assestano, degli astucci che si serrano, degli ultimi passi affrettati, dei saluti bisbigliati. Dopo più niente.

E nell’unica luce rimasta al di qua del grande sipario granata, che ormai si va aprendo, da una porta di lato entra Monteux, il direttore dell’orchestra, e raggiunge il suo podio mentre i musicisti si alzano in piedi e il pubblico si scalda col primo applauso.

Poi, di nuovo, tutto è pronto e silenzio.

 

Così parte il fagotto.

Con una melodia remota, suonata in un registro inusualmente alto. E i danzatori di Nijinskij si dispongono a semicerchio nei loro costumi da steppa arcaica, spalle al telo dello sfondo che ritrae una distesa stilizzata in enormi meteoriti e ciuffi di vegetazione.

Dal sovrapporsi degli altri strumenti il balletto prende avvio, ma è come scomposto, anzi segmentato nei gesti rigidi degli arti, negli angoli retti di gomiti e polsi, di ginocchia e caviglie. Una rivoluzione, secca. Con la coda dell’occhio vedo lassù Saint-Saens che si alza e va via, invece Cocteau al mio fianco ha un’aria estasiata e mormora queste parole:

- Sono le doglie della madre Terra.

Infatti contro il fremito sonoro che già invade la sala si scagliano due accordi, ribattuti ossessivamente, sporcati con le esatte note estranee che provocano un corto circuito, una deflagrazione acustica col suo contraltare visivo: la marea dei giovani corpi e la risacca di chiome barbariche. Le forze elementari della natura ora le sentono e le vedono tutti, e anch’io. E tante ritmiche incoerenti si fondono in un’unica convulsione che urla l’eterno ciclo di disgregazione e rinascita, mentre una teoria di canuti impettiti taglia in due il palcoscenico.

Il pubblico, a quel magma orchestrale che erutta  massi di armonie antichissime, eppure inaudite, che spazza via il ricordo di tante primavere musicali romantiche o folkloristiche… il pubblico reagisce come uno a cui abbiano messo la faccia tra le gambe di una partoriente, appunto: chi si commuove, chi si esalta. Ma i più inorridiscono.

Il balletto prosegue. Il corteo del vecchio stregone si trasforma nell’adorazione della landa orizzontale, e la musica dice di aurore boreali, di isole di ghiaccio e fuoco al largo della preistoria. Dalle quinte entrano e escono adolescenti seminudi, e tracciano figure misteriose sulle assi antracite, rincorsi dalle sillabe gutturali dei basso-tuba. Io sono attaccato al mio posto. Il suono e le immagini mi attraversano il cranio lungo due perpendicolari, e provo a scorrere mentalmente un ipotetico pentagramma di ciò che ascolto, senza riuscirci.

Degli altri intorno, tra un quadro e l’altro qualcuno lascia la poltrona e se ne va, e neanche tanto in buon ordine. D’Annunzio addirittura impreca, contro la celebrazione della bestialità, Debussy si limita a sibilare che “è tutto così terribile”, e Casella esorta ognuno a tacere, entusiasta di quell’architettura spettacolare. Ma serve a poco. Nella penombra intravedo spettatori che ridono, che fischiano. Certi che miagolano, trasfigurati.

I danzatori intanto spingono i movimenti alla frenesia, disegnano curve e spezzate rovesciando indietro la testa, e i corni e gli altri ottoni insinuano flessuose melodie sulla superficie asimmetrica delle percussioni. Quando giunge la glorificazione dell’eletta, della vittima prescelta per il sacrificio, perché è un rito pagano della Russia primordiale cui stiamo assistendo, in simbolo, nei palchi e in platea la gente arriva agli insulti, le fazioni si affrontano per nulla simbolicamente. 

                Nella bolgia noto che Djagilev, l’impresario dei Ballets Russes, di fatto il padrone dell’intero evento, si frega letteralmente le mani: qualsiasi cosa, avrebbe accettato, tranne l’indifferenza di pubblico e critica. Mentre Stravinskij è sconvolto. Ha lasciato la sua postazione, e ora è a ridosso dei contrabbassi. Cerca gli occhi di Monteux per imporgli di andare avanti, ma non ce n’è alcun bisogno: la sua bacchetta continua a martellare l’aria e con le dita compulsa i fogli della partitura, che già si slancia verso il parossismo finale.   

                E arriva. Con la vergine costretta a saltare e a vorticare fino all’esaurimento, coi tamburi e i piatti che rispondono alle frustate di violini e trombe, arriva con l’eccitazione grondante di tutta la tribù, con le scale ascendenti e discendenti dei grandi archi e il trillo dei fiati leggeri, con le corse a balzi da una parte all’altra della scena.

Fino all’ultima contorsione, arriva, all’istante di vuoto che precede il colpo, all’ultimo squarcio di timpano.

Fino alla morte salvifica della preda umana.

 

                Esausto. Stordito.

                Lascio la presa stretta sui miei braccioli damascati, avvicino le mani alle tempie, alle guance accaldate, e dovunque è frastuono di grida o di applausi. Mi alzo, alla fine, ma sono tutti in piedi, i rimasti, e a malapena posso vedere il corpo di ballo schierato alle spalle dell’orchestra, e l’una e l’altro, paralizzati, in attesa di un cenno del direttore che gli ordini di ritirarsi dal campo della contesa. E l’ordine viene dato.

Ora la Sagra della Primavera può anche abbandonare lo spazio. Perché stasera si è consegnata al tempo.  

               

Sono di nuovo fuori, adesso. In strada.

Sto appoggiato al montante di uno degli ingressi del teatro, scoglio alla folla che sciama nella sera e ancora discute dell’opera appena venuta al mondo. Mi è giusto passato davanti l’autore che correva, sul serio, ripetendo “sto male, mi sento male”. Ha svoltato l’angolo in un sovrappiù della diffusa costernazione, e chissà dov’è andato.

All’altro stipite del mio stesso rifugio stazionano Russell e, credo, George Bernard Shaw, tipicamente rilassati. Shaw sta dicendo di aver saputo che Stravinskij stesso metterebbe in giro la voce che questo lavoro non è suo, o meglio: sua ne è la trascrizione in termini umanamente intelligibili, ma che l’origine deve essere altrove, come di ogni reliquia acheropita. Russell gli risponde che per quegli altrove ha scarso interesse, e che comunque “se la reazione degli uomini a tale sforzo è quella di poco fa, allora prima che anche il Dio di Stravinskij cammini sulla Terra se ne useranno di croci”. Ma a parte tutto, a lui la musica è piaciuta.

E anche a me, realizzo in quel momento. Che ancora, pensandoci bene, non mi ero mica deciso.  

                Poi Russell chiede al suo amico, stimato e ben più anziano, se sarà guerra tra le democrazie colonialiste e gli imperi colonialisti. Il sorriso di Shaw ha il senso di un grazie per l’offerta ironica, poi però torna grave e risponde:

                - Quando non sarà per le colonie, sarà per i protettorati… E poi per le sfere d’influenza, e poi per il libero mercato… poi sarà per l’acqua, per l’aria, per la luce del sole… Ormai, Bertrand, questo pianeta è troppo piccolo per l’immenso animale, e non potendo più predare altro esso continuerà a divorare le sue proprie viscere… come Erisictone !… Così sarà guerra, in questo secolo.

 

                - Quale erisictoché, Giovanni ?… Quale guerra ?…

                Questa è Adele, che mi parlava col viso sopra al mio.

                - …E’ tutto oggi pomeriggio che sei strano !… Io ti parlo e tu sembra che neanche mi senti…

                - Ma… io, non…

                - Tu non sei normale !… Da quando siamo tornati in camera hai fatto avanti e indietro tra il letto e quella finestra… Io ti dico che dolci che erano Elettra e Jacopo, magari Jacopo un po’ logorroico, e tu fai sì con la testa… Poi cominci a raccontarmi a mozzichi e bocconi di un viaggio che hai fatto non so quando, con Bianca che ci stavi da poco insieme e con Lorenzo e la sua compagna, che Sveva era ancora piccola… Stavate a Parigi, mi dici, poi ti senti il polso per vedere se hai la febbre…

                - Un po’ me la sento… però, non lo so…

                - Ah, andiamo bene !… Mi hai detto la stessa cosa un’ora fa… Ti ho fatto “misùratela, chiedo giù un termometro”, e ti sei rimesso a guardare il vuoto !

                - Scusa…

                - Che scusa !?… Poi ti sei degnato… ma non te lo ricordi ?… ti sei degnato di accorgerti che esisto, hai biascicato se potevo appuntarti una parola e quello che significa, e io stavo a rileggermi il mio Marai che ti sei portato fuori. E dietro la copertina ci ho scritto a volo quello che mi dettavi…

                - Ma sì che me lo ricordo: acheropita… Mica sono matto !…

                Invece non me lo ricordavo per niente, al momento, ma non volevo spaventarla peggio. Però ecco spiegata, almeno, quella didascalia in fondo a La recita di Bolzano che ho già menzionato da qualche parte. Ma Adele incalzava:

                - Non sono mica sicura che non sei matto… Straparlavi… boh ?!… Sarà che abbiamo dormito poco… Comunque, senti, se ora stai meglio va bene, ma c’è un problema serio…

                Il problema, e questo sono io Giovanni che sto scrivendo adesso, il problema lo riprendo tra due righe. Prima, un attimo per capire il perché di tutta l’allucinazione… non saprei come altro chiamarla… di quel concerto rivoluzionario.

               

Deve essere stato che a pranzo, in giro per Montreux, avevamo conosciuto due di Ventotene, appunto Elettra e Jacopo, pure loro lì per il festival e lui, soprattutto, fissato con Stravinskij. E parlando di musica era uscito fuori che Jacopo ha un doppio cd dal vivo di Petrucciani, che amiamo tutti e quattro, registrato proprio al Theatre des Champs Elysées. E a parte che è bellissimo, lui inizia a raccontarci che in quel teatro nel millenovecentotredici era cominciata l’avventura della Sagra. Io e Adele gli diciamo che la nostra cameretta è esattamente la stessa eccetera, Jacopo va in visibilio e ci regala tutti i dettagli della famosa serata inaugurale: chi c’era, cosa è successo, che Stravinskij dopo lo ricoverarono addirittura per una crisi di nervi, e che gli aneddoti su come fu composta e eseguita non finiscono mai.

Elettra, guardando ancora la boccuccia del suo ragazzo, aggiunge solo di aver letto che il grande compositore si metteva a scrivere con uno stato d’animo poroso: non sapeva ancora ciò che voleva creare, però aveva le idee chiarissime su quello che non voleva.

                - Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo… Come Montale, no ? – chiosa Adele, a caccia di risonanze interdisciplinari.

                Fatto sta che dall’incontro coi fidanzatini, senza offendere, ero uscito parecchio suggestionato sul fronte storicomusicologico, rimescolando le rivelazioni di Jacopo con la mia immaginazione e la famosa lezione di Roman Vlad, di gennaio. E il poco sonno, in effetti, e ancora qualcosina sulla pancia, avranno stressato una normale pennichella fino a darle quella forma visionaria. O forse la febbre ce l’avevo davvero, e anziché accorgermene con la mia esclusiva e brevettata abitudine di sentire tutto più veloce, stavolta magari ha sfogato con una specie di delirio semivigile. Oppure, boh… insomma, ho detto all’inizio che ci provavo, a spiegarla, tutta la faccenda, non che ci riuscivo per forza. Eppoi non mi va di stare sempre a pensarci.

Accontentatevi, e adesso torniamo al problema serio di Adele.       

postato da paoloandreozzi alle ore 09:19 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconti


mercoledì, 15 ottobre 2008

acheropita.quattordici/2

Le Talentiadi, ovviamente, non si sono svolte né subito né dopo. E i nostri amici, di cui avevamo scommesso l’adesione a questa o quella disputa in base alle in-capacità che generosamente gli riconoscevamo, così come a noi stessi, credo neanche ne abbiano saputo mai niente: giochi che s’inventano col mondo ignaro quando se ne sta magari troppo isolati.

Non puoi permettertelo a lungo, infatti, ma ci ragiono tra un po’.

Ora torno a Montreux.

 

E precisamente al dopo concerto, quando stiamo proseguendo con le evoluzioni dell’anima e del corpo davanti alla dj-consolle del NED, un bel posto funky.

Il locale ci offre due incontri singolari, uno a lei e uno a me, anche se sul secondo ci giurerei solo se qualcuno potesse dimostrarmi che non avevo esagerato con le tequile. Ma comunque.

Adele è una trovatella bianca di qualche povera coppia di afroamericani che dovettero venderla all’Occidente per sfamare altri otto cuccioli neri, esattamente come sono un trovatello io. O almeno così ci sentiamo, all’unisono, se nelle orecchie ci rintocca la santa blackmusic e gli occhi ci brillano delle oscillazioni di fratelli e sorelle che ballano. E ballano tutti proverbialmente da paura.

Tutti ?

No. Ce n’era uno che anche a voler essere gentili, pure a essere razzisti al contrario come noi due, per cui un nero balla da dio anche quando l’unico movimento che sta facendo è quello del polso mentre si porta il bicchiere alla bocca, ebbene il nero di quella volta là a guardarlo agitarsi per dieci secondi ti faceva venire il magone. Non c’era verso che entrasse nel ritmo, per non parlare della fantasia o dell’anima dei gesti: zero. Ti aspettavi, ti auguravi che si fermasse al prossimo mixaggio o alla fine degli hit più famosi, e invece non si fermava mai. Non andava a bere, non si accendeva una sigaretta, non parlava e non pisciava. Il fastidio vero: vedersi minacciare un mito ereditato e consolidato negli anni, così apertamente e con insistenza !

Però intorno si guardava, e non a caso: puntava le donne, quelle carine, al pari di ogni altro maschietto me compreso. Al che, colta a volo questa sfumatura, Adele ha tentato la mossa di distoglierlo dalla sua e nostra tortura, e dopo uno scambio di sorrisi gli ha rivolto un saluto. E lui, sempre caracollando da schifo, si è spostato verso la periferia dello spazio, con lei come ostaggio, e finalmente si è arrestato per parlottare.  

Il succo, l’ho saputo più tardi, è che la musica moderna gli piaceva da matti, a Thomas, e massimamente le cose come hip hop, D&B e rhythm ‘n blues. Ma proprio non riusciva a configurarsene le danze relative: negato !  Colpa del padre, inglese da Trinidad ma fanatico del canto gregoriano. Gli aveva mandato storto, a questo unico figlio, qualcosa di quel periodo della prima adolescenza in cui, di qualunque colore tu sia, cominci a tradurre col corpo quello che ti dice la musica che ascolti, o almeno ci provi, e dopo puoi campare di rendita o quasi. Thomas quella fase non l’aveva praticamente vissuta, e pure se poi aveva sfanculato papino e le sue fisse protopolifoniche, il ritardo tra i suoi piedi goffi e gli stili dance della sua gente… stili dance, senti come suona… insomma, imparare a ballare non c’è più riuscito. E lo ammette facile. Càricaci sopra il fatto che tutti da un afroamericano ci aspettiamo sempre delle piccole magie quando attacca a muoversi a tempo, ed ecco che la sua vita non doveva essere per niente serena. Soprattutto perché non si dava per vinto !  Andava a ballare, cioè a fare quella sua cosa in mezzo agli altri che ballano, e il risultato era puntualmente che a chiunque restava impresso per essere l’unico fratello parecchio meno groove della regina Elisabetta Seconda.    

                Ok. Adele gli ha offerto un bel sunrise, gli ha fatto ciao ed è tornata verso di me. E ciao Thomas, se mi stai leggendo, guarda che ti ho trattato mica troppo male !

 

                Il secondo incontro l’ho fatto da solo, ma è stato proprio un attimo. Ripeto, sono e non sono sicuro, ma al NED c’era anche Mira ! 

…Mira, lo dico per chi ormai se l’è scordato, l’avevo conosciuta sul lavoro, sul suo lavoro, una tarda sera di gennaio. E un resoconto sommario della cosa sta proprio nelle prime righe di tutta questa storia, ma adesso non affannatevi a saltare indietro di un duecento pagine, ve li rammento io i suoi stivali bianchi, le cosce di bronzo, il completino, le tettone e il pellicciotto, i capelli lunghi, le fossette e due marsh mallows al posto delle labbra. Alla fine del nostro scambio, all’epoca, mi aveva pure detto che per quello che andavo cercando quella notte un corpo valeva un altro e io non l’avrei neanche più riconosciuta in seguito.

E invece eccola lì, la bella Creola o chissà che radici avesse, che appariva e spariva dalla mia visuale in mezzo all’intreccio compatto e gorgogliante… delle anime nel locale. Era lei il mio primo amore, dell’anno duemilauno, tanto lontana dalla piazzetta dove avevamo parcheggiato per divertirci, o divertirmi, quel quarto d’ora, quanto distante sembrava il suo essere in mezzo agli altri, tranquillamente eccitata per la musica, dalla fissità dell’immagine ritagliata e appiccicata a un marciapiede che ho in testa io, e tant’altra gente, nel guardare una puttana. E se non era davvero lei, comunque vero resta quel mio pensiero grattuggiato insieme al limone del drink. 

Poso il bicchiere e riprendo a sudare con Lauryn Hill, Adele, Franti e Craig David, e tra i ruderi di Prince, James Brown e degli Earth Wind & Fire.

 

Poi siamo tornati verso l’albergo, e non so perché ero in vena di raccontini quasi erotici. Tipo questo: che lei, Adele, avrebbe potuto benissimo dare appuntamento là nel posto a un certo fidanzato segreto, chiamiamolo Mario, e che io senza sapere niente ci avrei fatto amicizia al bar della discoteca.

- …Dopo succedeva che Mario, fingendo di non conoscerti proprio, ti puntava e scommetteva con me di riuscire a pomiciarti, questa bella ragazza, e io un po’ fuori con l’alcol ci stavo…

- …E ci stavo anch’io ?  Con Mario, dico ?…

- Quello che vedo io dal bancone è che in effetti ti gira intorno, pare che ci sa fare, state parecchio vicini a muovervi… e alla fine ti bacia in bocca !…

- E te, abbozzi ?…

- No !  Io mi raddrizzo un attimo e vengo lì da voi, ma lui è sparito, e tu mi porti da una parte e mi dici che non ho visto bene e che non è successo niente. Comunque m’incazzo abbastanza e usciamo per tornare in stanza. Come stiamo facendo adesso…

- Che siamo quasi arrivati. E poi ?… Racconta !

- E poi, quando saliamo su continuiamo a discutere, anzi litighiamo proprio e io ti dico qualcosa di pesante… e anche se biascico tu lo capisci benissimo, ci resti male e esci dalla porta, mentre io ti mando a cagare !…

- Un melodramma !

- No. Una paraculata !  Perché il nostro scazzo l’avete architettato prima, te e Mario, per avere la scusa di beccarvi ora in un’altra camera dello stesso albergo, che pure lui c’è venuto prenotandosi per tempo. Tanto io, dite voi, lo so che quando te ne vai così ci metti un bel po’ a smaltire, e poi crollerò dal sonno…

- Io e Mario, due bei diavolacci !

- Aspetta. Tu raggiungi la sua stanza, trovi aperto come d’accordo, entri… ecco, come stiamo entrando noi due veramente, anzi zitta zitta… lo vedi e vi arrotolate sul letto, ma…

- Ma ?…

- Ma dopo un minuto bello rovente arriva dal bagno più nuda che altro Anna…

- Anna ?… E mo’ chi è ?

- La donna di Mario !… Di cui tu non sapevi niente, ma che è subito tanto brava che ci trovi pochissimo da ridire se adesso a strusciarvi siete tutti e tre…

- Sei un pazzo !

- No, sono un genio. Perché altri due minuti e dalla porta entro pure io, che invece sapevo tutto dall’inizio, ero d’accordo con Mario e Anna fino da Roma, non sono sbronzo affatto, e finalmente mi godo un bel quartetto come si deve, perché sennò tu a dirtelo così a freddo non avresti mai accettato. E invece così…

 

E invece così, pure se c’erano tutte le ragioni del mondo perché io e Adele fossimo sfiniti dalla stanchezza, qualche altro equilibrismo, ruvido e languido, quella notte ce lo siamo regalato. Bioenergetica della parola.

 

La mattina dopo, giorno strafatto, ci siamo svegliati proprio bene.

Lei cogli occhietti impastati mi butta lì due sogni che si ricorda.

Uno, sta in mezzo a un torneo medievale coi cavalieri, le lance, le bandiere e tutto, solo che a cavallo ci stanno tutte donne, corazzate e armate fino ai denti, e lei poveraccia è a piedi, con uno scolapasta come elmetto e la schiumarola come spada. E se la vede brutta.

L’altro, completamente diverso, è Adele che rientra una sera tardi a casa sua e sente un casino di voci sottili, va in camera che è piena di scaffali di libri e capisce che le voci vengono da dentro quelle pagine, che praticamente si stanno litigando, ma proprio imbestialite, la sua attenzione e il diritto di precedenza per essere sfogliate e lette. Il secondo sogno è diverso, ma Adele sempre brutta se la vede. 

Io l’abbraccio, e contento come un fiorellino al sole dico “ma quanto siamo felici, mi sa che nessuno si ama come noi”. E lì parte un breve approfondimento.

Ribatte Adele, e direi che ormai è desta:

- Nessuno si ama quanto noi ?  Magari un’altra coppia, o due o tre, in questo stesso albergo, adesso pensano la stessa cosa. Chi ha ragione, noi o loro ?

Sto al gioco, accademico.

- Noi. Perché le opinioni non pesano tutte uguale. Noi due siamo più colti, più acuti, per cui l’osservazione lucida sul nostro amore è più vicina alla verità di quella degli altri ospiti dei Tigli !

- E lo stesso amore nostro, diresti che è di qualità migliore proprio per la nostra cultura e l’acume e tutto ?

- Certo che sì. Il nostro frutto è pi&ugrav